di Anna Maria Colonna
Tre donne e
tutto il carico delle loro storie: una madre, una figlia, una nonna. In realtà,
di donne ce ne sono molte di più: c’è la maestra Olga, nonna Agata, la
psicologa, l’attrice Angela Molina, Alma. Donne spesso sole, a tu per tu con un passato che torna e con cui non riescono a fare pace. La giornalista e
scrittrice Concita De Gregorio, nel suo ultimo romanzo, “Di madre in figlia”
(Feltrinelli, 2025), parla al femminile. Gli uomini che compaiono tra le
pagine, ad un certo punto, vanno via, muoiono, abbandonano, scelgono di non
esserci.
Adé ha sedici
anni e per un’estate starà a casa di nonna Marilù, su un’isola immaginaria, di
cui non viene svelato il nome (sappiamo, però, che siamo vicini alla Puglia, ad
un certo punto si cita la zona di Martina Franca). I genitori della ragazza,
Angela e Gregor, due scienziati, devono partire per lavoro e non sanno a chi e
dove lasciarla. Marilù e Angela, madre e figlia, non si parlano da dieci anni,
ma alternative non ce ne sono: Adé dovrà stare con la nonna. All’inizio il
rapporto è teso, la ragazza pensa che sua nonna sia pazza, sospetta che sia una
strega, indaga nel suo passato avventuroso ed eccentrico per scoprire segreti,
per cogliere indizi. Ne resta, però, affascinata.
E il passato
riemerge, prepotente e costante, in tutta la storia. In tutte le storie che si
raccontano nel romanzo. Torna nella vita di Angela, quando rinfaccia alla madre
di essere stata egoista, di averle imposto una libertà tutta sua, di averla
abbandonata. Il passato si affaccia nella
quotidianità di Marilù, con la ricomparsa di un uomo che ha segnato parte della
sua giovinezza e che lei non vuole vedere. Condannata e accusata dal paese di
essere “il demonio” che “ha portato il fuoco”, incolpata di mille disgrazie, Marilù ricorda molto da vicino “La lupa” di Giovanni Verga,
emarginata e guardata con sospetto, tenuta a debita distanza.
Adé, di contro, cerca di entrare nel passato della nonna e della madre per capire chi sono davvero le
donne che le camminano accanto nel difficile percorso della sua età. “Chi è una
cattiva persona?”, si chiede la ragazza, mentre cerca di rimettere insieme i
pezzi delle sue fragilità.
Con il passato prima o poi bisogna fare
i conti. Non si possono cancellare né dimenticare frammenti di vita perché, poi, marciscono. Bisogna tenerli e trasformarli, come quelle mele ammaccate con cui
nonna e nipote, nelle ultime pagine del libro, fanno una torta, riconciliandosi
con la vita.
Sullo sfondo c’è
il mare, che cura tutto perché il suo rumore “ti addormenta”. E addormentarsi,
significa, in fin dei conti, salire sulla parte più alta dell’isola per
rimanere con se stessi, per estraniarsi dal resto del mondo, anche quando tutto
va in fiamme e sembra perduto. Il mare cura e uccide. Così come la belladonna,
pianta che è terapia e veleno. “Il segreto di ogni cosa - scrive la De
Gregorio - è la giusta misura. Un farmaco è veleno e salvezza. Ogni cura lo è.
Anche l’amore: può soffocare, condannare o liberare”. E penso inevitabilmente a
“La cura” di Franco Battiato e al suo “mare”, attraversato da “sogni più veloci
di aquile”. Anche tra le note della canzone compare il mare, azzurro come la
copertina del romanzo, curativo come quello della giornalista pisana.
E, infine, c’è
la luna, simbolo del femminile, della ciclicità, della trasformazione. Quella
luna stessa che fa chiarezza nel buio di Angela, che permette di vedere, di
accorgersi. La luna chiude il romanzo e il viaggio che ogni donna di
questa meravigliosa storia compie in se stessa.