giovedì 6 agosto 2026

Calabria, alla scoperta della Sila Piccola

Dal mare alla montagna in meno di un'ora: breve itinerario nel Parco nazionale della Sila, dove si respira l'aria più pura d'Europa. 

di Anna Maria Colonna


Le fragoline di bosco chiazzano di rosso il sentiero, inframmezzate da felci e funghi di ogni tipo. Il profumo di pioggia e di menta resta attaccato alle narici e riesci a sentirlo anche in una stanza chiusa. L’acquazzone all’ora di pranzo ha inzuppato foglie, piante e ali di farfalle. È arrivato all’improvviso, senza chiedere il permesso, forte e pungente, come il fresco che ha lasciato alle sue spalle. La montagna è così, inaspettata. Sorprende e sospende, arresta il tempo, che poi devi rincorrere senza l’orologio al polso. Ogni volta mi illudo di poter portare un pezzo di questo cielo con me e ogni volta mi convinco a lasciarlo stare sulle vette, lì, dove mi aspetterà. Dove sicuramente tornerò.

Villaggio Grechi - Casa padronale

Siamo in Calabria, a Tirivolo, una frazione del comune di Zagarise, in provincia di Catanzaro, al villaggio Grechi. Una schiera di casette in legno dai tetti rossi ci accoglie, sembra di essere nelle favole, in un paesello abitato da gnomi e fate. Da Cropani Marina, abbiamo impiegato circa cinquanta minuti di curve e salite per arrivare fin qui, a quasi 1700 metri di altezza. Diversi sentieri partono dal villaggio. Decidiamo di imboccare quello che conduce a “Orme nel parco”, un enorme parco avventura nel cuore della Sila Piccola. Sono circa trenta minuti, a passo sostenuto, ma con un bambino di 6 anni al seguito - molto curioso e appassionato di insetti – il percorso può durare anche più di un’ora. Cerchiamo coleotteri, fotografiamo funghi, sorprendiamo una salamandra nera e gialla ferma su di un sasso, accarezziamo il muschio, interroghiamo la natura cercando di rubarle i suoi mille segreti. Si può essere ricchi di poco, si può essere ricchi per questo.

Gigante Prometeo
Oltre ai percorsi sospesi a mezz’aria, da un minimo di uno a un massimo di diciotto metri d’altezza, “Orme nel parco” permette di fermarsi a dormire nel bosco, in tende immacolate e chalet in legno. I fuochi accesi delle braci al tramonto fanno da cornice e si spengono insieme al canto delle cicale. Il silenzio che avvolge ogni cosa è impagabile. Sono i primi giorni di agosto e si va a letto sotto la trapunta: qui il termometro segna venti gradi. 

 Il secondo percorso che ci aspetta dura circa venti minuti ed è quello del Gigante Prometeo, un abete bianco secolare della Valle Lunga della Sila, che, purtroppo, ci spiegano, è stato bruciato anni fa. Ci arriviamo dopo esserci dissetati alla Fontanella dei pastori e aver attraversato un ponticello sul fiume Crocchio. Il bosco è fittissimo e, del Gigante Prometeo, conserva solo i resti. Ci resta l’amaro in bocca per essere rimasti in questo posto incantevole, scoperto per caso, solamente una manciata di giorni. “C’è da tornarci”, ci diciamo. E, intanto, la montagna ci saluta, togliendosi il cappello e mostrando il suo sorriso, bello come il sole.




Villaggio Grechi
Villaggio Grechi

Orme nel Parco

Orme nel Parco







                                                      




Il Gigante Prometeo



mercoledì 5 agosto 2026

Calabria, dalla montagna al mare in uno schiocco di dita

Itinerario che si snoda tra cascate, rilievi, boschi delle Valli Cupe e il mare cristallino della Costa dei Saraceni.

di Anna Maria Colonna

Cascata del Crocchio
L’acqua si apre un varco tra rocce e piante, alla ricerca del salto nel vuoto. È limpida e fresca, insiste e scava, poi il salto lo fa davanti ai nostri occhi, che restano incantati: siamo in Calabria, a Sersale, in provincia di Catanzaro, e per caso scopriamo la riserva naturale regionale Valli Cupe. La nostra meta è Cropani Marina, nel golfo di Squillace, a mezz’ora di macchina da Sersale, ma in questa zona mare e montagna siedono da sempre allo stesso tavolo. 

Alla Pro Loco di Sersale un ragazzo ci dà cartina e indicazioni precise: in poco tempo e con un percorso semplice, possiamo visitare le cascatelle del Crocchio e quella del Campanaro. Le due cascate distano l’una dall’altra circa dieci minuti di macchina. I sentieri che conducono ad entrambe non presentano grosse difficoltà e sono percorribili a piedi anche dai bambini. 



Queste meravigliose valli sono tagliate da un imponente canyon, tra le gole più suggestive d’Europa, con pareti di roccia che superano i cento metri. Rinunciamo a due ore e mezza di trekking, necessarie per arrivare al canyon, ma le cascate non vogliamo assolutamente perdercele. E facciamo bene, perché ciò che appare ai nostri occhi è uno spettacolo unico, ad ingresso gratuito: acqua pura, ghiacciata, canterina, e una comitiva di girini che tracciano sentieri tra le nostre mani. Il vento chiede silenzio per suonare le sue foglie. Ed ecco dov’è nascosta la bellezza di ogni viaggio: nei posti in cui t’imbatti mentre hai una destinazione all’orizzonte.


Cropani Marina
Anche Cropani Marina si rivela una inaspettata scoperta: spiagge larghe e sabbiose corteggiano la rigogliosa pineta. Nei campeggi stesi al sole, a ridosso del mare, le cicale fanno il loro concerto quotidiano e fermano il tempo al primo pomeriggio, quando neanche l’aria osa respirare. Il mare è uno specchio e lascia intravedere i segreti del fondale: un granchio che ha perso la bussola, qualche pietra levigata dalle onde, un pesce solitario in cerca del suo branco.


Le Castella

A mezz’ora di macchina da Cropani c’è Punta delle Castella, uno dei borghi più visitati della Costa dei Saraceni, noto per il castello aragonese affacciato direttamente sul mare. L’ingresso è gratuito fino alle 22.30. La nostra passeggiata serale a Le Castella inizia con la visita alla fortezza e continua con un giro in centro, vivo, giovane, instancabile fino a tarda notte.

Ci viene consigliato un mordi e fuggi al vicino borgo di Belcastro, il paese delle fiabe dipinte su pareti, scale e panchine. E, nella nostra lista delle meraviglie, non manca Soverato. Ci riserviamo questi due luoghi per un viaggio futuro, quando avremo più giorni a disposizione. Ora il tempo stringe e la Sila ci aspetta.

 Cliccando qui, potrai leggere la seconda parte del reportage.

lunedì 13 aprile 2026

Pesco Sannita, una casa sugli alberi

di Anna Maria Colonna

Alla luce di una lampada, tutto può diventare racconto. Così, alla fine di questa giornata, io provo a raccontare. Lo faccio mentre fuori cade, leggerissima, la neve dei pioppi. Oggi il mio tempo è quello della natura. Il nostro tempo. Perché il tempo, se vogliamo, può appartenerci davvero, e ha lo stesso ritmo delle prime foglie di primavera. E’ lento.

Siamo a tre metri da terra, in una casetta interamente in legno costruita sull’albero. Dietro, il bosco. Davanti, un balconcino che dà sul laghetto stracolmo di girini e pesci rossi.

 Pesco Sannita ci inonda di sole e di colori. Questo borgo della provincia di Benevento è una meravigliosa scoperta. A pochi chilometri da Pietralcina, mostra una natura rigogliosa e autentica. Il nostro obiettivo era dormire in una delle casette sugli alberi della struttura “Anima mundi”, poi ci siamo trovati ad accarezzare un drago barbuto e a passeggiare con i lemuri allo zoo di Maitine.

Ricordo quando anche io, a sei anni, sognavo di costruire case sugli alberi, proprio come mio figlio. Le cose che hanno una storia prima o poi ritornano. Così, per caso, navigando alla ricerca di mete insolite, mi sono imbattuta nelle tre casette di Cinzia e Luigi. Ho contattato la struttura e il sogno è diventato realtà. Abbiamo passato la notte su di un albero, immersi nella natura, circondati da suoni e silenzi incantati.

Lui architetto, lei aspirante insegnante, ci raccontano di aver avuto l’idea delle casette durante il Covid, quando, per via delle restrizioni, hanno deciso di allontanarsi da Benevento - dove abitano - per stare alla periferia di Pesco Sannita. Qui c’è l’edificio principale e, intorno, natura: bosco, laghetto, alberi e piante, il loro bellissimo cane - Carlotta - e alcuni gatti. A ridosso delle case in legno, una piscina in funzione durante la bella stagione.

 Ad una manciata di chilometri, c’è lo zoo di Maitine. In circa tre ore, abbiamo attraversato tutti i continenti, ammirando le diverse specie di animali: tapiri, alpaca, scimmie urlatrici e armadilli del sud America; canguri australiani; volpi volanti, cammelli, gibboni, lontre dall’Eurasia; lemuri, ippopotami, leoni, zebre, giraffe, pantere, coccodrilli e fenicotteri africani. Tra un gelato alla frutta e la visita al rettilario, ci siamo ritrovati improvvisamente nel paese dei balocchi, un’area al centro dello zoo dove i piccoli possono giocare e divertirsi in piena libertà e, soprattutto, all’aria aperta.

Non ancora sazi di bellezza, tornando alle casette per fare una passeggiata nel bosco della struttura, abbiamo sostato a Pesco Sannita, paese campano di circa duemila abitanti. Avremmo voluto visitare il piccolo e caratteristico centro storico, ma l’area giochi della piazza è stata la nostra attrattiva principale. In compenso, abbiamo stretto amicizia con alcune famiglie del posto. In fondo viaggiare significa anche tessere relazioni e sorridere a momenti fatti di poco e preziosi proprio per questo.

Ultima tappa della giornata, Pietralcina, luogo natale di Padre Pio, a dieci minuti di macchina da Pesco Sannita. La stradine del centro storico si snodano tra parole di pietra e negozietti stracolmi di ogni delizia: dal paté di carciofi e pistacchi al torrone tipico della zona del Sannio, dai formaggi ai taralli con mandorle e pepe. La chiesa di Santa Maria degli Angeli svetta al centro del paese e ricorda il culto della Madonna della Libera, profondamente radicato anche a Pratola Peligna, nella provincia aquilana.

Torniamo alla casetta con il tramonto alle spalle. L’atmosfera è suggestiva e quasi irreale. I pesci rossi del laghetto aspettano qualche pezzo di tarallino pugliese e le rondini sfiorano l’acqua, danzando musiche d’altri mondi. Mi sento fortunata, la vita mi ha permesso – ancora una volta – di fare il pieno di bellezza.

Pesco Sannita, le casette sugli alberi e il paesaggio







Zoo di Maitine




Pesco Sannita, centro


Pietralcina







venerdì 9 gennaio 2026

Transiberiana d’Abruzzo, magia di Natale

di Anna Maria Colonna

Ogni tanto mi tocca andarci per fare il pieno: di energia, di entusiasmo, di abbracci genuini, di arrosticini. L’Abruzzo mi ricorda gli Anni, quegli anni, i più intensi e magici della mia vita. Babbo Natale lo sa, e allora mi ha lasciato un biglietto, anzi tre. Sulmona andata e ritorno a bordo della Transiberiana d’Italia, il treno storico che attraversa l’Appennino abruzzese viaggiando tra le nuvole.

L’esperienza l’avevo già fatta in passato, quando tra quei paesaggi incantati ci vivevo. L’esplosione colorata della primavera fu la mia prima compagna di viaggio. La neve mi accompagnò, silenziosa, la seconda volta. All’epoca - era il 2017 - il treno degli altipiani, da Sulmona, arrivava ad Isernia e mi regalò emozioni indimenticabili, vive e forti ancora oggi.


Qualche giorno fa ho rifatto l’esperienza con la mia famiglia e pioveva. Una pioggia incessante, che sembrava voler lavare via la nostalgia degli ultimi giorni di festa. La pioggia che batte sui vetri è quanto di più malinconico possa esistere. Rivoli scendono lenti e tortuosi, a ricordarci che qualche volta il tempo può rallentare, che possiamo sederci e goderci lo spettacolo della vita senza guardare l’orologio.

 E, allora, lo spettacolo ha avuto inizio in quelle carrozze “Centoporte” e “Corbellini” anni ‘30 e ‘50, sedili in legno, nasi in alto, verso la Majella innevata, volto montano incipriato dalle nuvole. Siamo partiti dalla stazione di Sulmona per arrivare a Campo di Giove, il “borgo incantato”, e visitare i mercatini di Natale. Ci hanno accolto un piatto caldo di polenta con salsiccia, un calice di vino rosso, l’odore della legna nei camini – un toccasana per l’anima - e le curiose viuzze del centro antico, addobbate con lucine, ghirlande e gnometti di Natale.


Risaliti sul treno, nell’atmosfera di festa e di allegria creata dalla musica di un gruppo folk, siamo ripartiti alla volta di Roccaraso. Tratta brevissima, dato che nel frattempo abbiamo fatto amicizia con altri passeggeri e con un cagnolino bianco di nome Oliver. Sì, perché la Transiberiana è anche questo: relazioni, conoscenze, chiacchierate, condivisione. Mio figlio l’ha ribattezzata il “Polar Express dell’Abruzzo” ed è rimasto incollato al finestrino quando il treno ha attraversato l’altopiano delle cinque miglia: un paesaggio sospeso, meraviglioso, chiazzato di acqua e di ghiaccio.

Rivedere Roccaraso, per me, è stato come tornare a casa: profumi, luoghi, strade, locali che riconosco ogni volta e che sento profondamente miei. In due ore di sosta, abbiamo potuto gustare una cioccolata calda, riabbracciando gli amici di sempre. Ci hanno raggiunto dalla vicina Castel di Sangro, tempo di guardarsi negli occhi e di dirsi “ci siamo mancati, ma non è cambiato nulla”. Ed è così, le distanze e il tempo non esistono quando i legami restano forti.

Da Roccaraso, in serata, la Transiberiana ci ha riaccompagnato a Sulmona. Carichi di bellezza, con il desiderio di riprovare a guardare il mondo con meraviglia e stupore. Perché il viaggio ti regala proprio questo, la voglia di metterti nuovamente e subito in cammino. Nella quotidianità. Altrove.

 Buona visione.



 

 

 

 

 

 

lunedì 17 novembre 2025

Di madre in figlia, il "viaggio" di tre donne alla ricerca di se stesse

di Anna Maria Colonna

Tre donne e tutto il carico delle loro storie: una madre, una figlia, una nonna. In realtà, di donne ce ne sono molte di più: c’è la maestra Olga, nonna Agata, la psicologa, l’attrice Angela Molina, Alma. Donne spesso sole, a tu per tu con un passato che torna e con cui non riescono a fare pace. La giornalista e scrittrice Concita De Gregorio, nel suo ultimo romanzo, “Di madre in figlia” (Feltrinelli, 2025), parla al femminile. Gli uomini che compaiono tra le pagine, ad un certo punto, vanno via, muoiono, abbandonano, scelgono di non esserci. 

Adé ha sedici anni e per un’estate starà a casa di nonna Marilù, su un’isola immaginaria, di cui non viene svelato il nome (sappiamo, però, che siamo vicini alla Puglia, ad un certo punto si cita la zona di Martina Franca). I genitori della ragazza, Angela e Gregor, due scienziati, devono partire per lavoro e non sanno a chi e dove lasciarla. Marilù e Angela, madre e figlia, non si parlano da dieci anni, ma alternative non ce ne sono: Adé dovrà stare con la nonna. All’inizio il rapporto è teso, la ragazza pensa che sua nonna sia pazza, sospetta che sia una strega, indaga nel suo passato avventuroso ed eccentrico per scoprire segreti, per cogliere indizi. Ne resta, però, affascinata.

E il passato riemerge, prepotente e costante, in tutta la storia. In tutte le storie che si raccontano nel romanzo. Torna nella vita di Angela, quando rinfaccia alla madre di essere stata egoista, di averle imposto una libertà tutta sua, di averla abbandonata. Il passato si affaccia nella quotidianità di Marilù, con la ricomparsa di un uomo che ha segnato parte della sua giovinezza e che lei non vuole vedere. Condannata e accusata dal paese di essere “il demonio” che “ha portato il fuoco”, incolpata di mille disgrazie, Marilù ricorda molto da vicino “La lupa” di Giovanni Verga, emarginata e guardata con sospetto, tenuta a debita distanza.

Adé, di contro, cerca di entrare nel passato della nonna e della madre per capire chi sono davvero le donne che le camminano accanto nel difficile percorso della sua età. “Chi è una cattiva persona?”, si chiede la ragazza, mentre cerca di rimettere insieme i pezzi delle sue fragilità. 

Con il passato prima o poi bisogna fare i conti. Non si possono cancellare né dimenticare frammenti di vita perché, poi, marciscono. Bisogna tenerli e trasformarli, come quelle mele ammaccate con cui nonna e nipote, nelle ultime pagine del libro, fanno una torta, riconciliandosi con la vita.

Sullo sfondo c’è il mare, che cura tutto perché il suo rumore “ti addormenta”. E addormentarsi, significa, in fin dei conti, salire sulla parte più alta dell’isola per rimanere con se stessi, per estraniarsi dal resto del mondo, anche quando tutto va in fiamme e sembra perduto. Il mare cura e uccide. Così come la belladonna, pianta che è terapia e veleno. “Il segreto di ogni cosa - scrive la De Gregorio - è la giusta misura. Un farmaco è veleno e salvezza. Ogni cura lo è. Anche l’amore: può soffocare, condannare o liberare”. E penso inevitabilmente a “La cura” di Franco Battiato e al suo “mare”, attraversato da “sogni più veloci di aquile”. Anche tra le note della canzone compare il mare, azzurro come la copertina del romanzo, curativo come quello della giornalista pisana.

 E, infine, c’è la luna, simbolo del femminile, della ciclicità, della trasformazione. Quella luna stessa che fa chiarezza nel buio di Angela, che permette di vedere, di accorgersi. La luna chiude il romanzo e il viaggio che ogni donna di questa meravigliosa storia compie in se stessa.

domenica 28 settembre 2025

Pescara, quell'angolo d'autunno in riva al mare

 di Anna Maria Colonna

I gabbiani hanno lasciato qualche impronta sulla sabbia umida, poi sono volati via, a rincorrere sbuffi di nuvole e vento. Il cielo è un’esplosione di colori: arancione, blu, azzurro, rosa pallido. È l’ora più bella, quella che racconta le storie della buonanotte.

Sono a Pescara per il premio letterario “Essere Oltre –L’Essenza della Vita tra Emozioni e Riflessioni”, dedicato alla memoria dell’avvocato Valentino Brunetti. E sono difronte al mare, a dirmi quanto sia semplice la bellezza. Nello zaino, carta e penna; accanto a me, la mia famiglia; sulla mia testa, il cielo d’Abruzzo. Cose, persone, paesaggi a cui non rinuncerei per nulla al mondo. Mentre ancora tutti dormono, con l’odore del caffè bollente che invade la camera del bed and breakfast e il sapore della nutella sulla mia fetta biscottata, torno a scrivere di viaggi e di emozioni. Mi è mancata, la scrittura, in questi anni. Le passioni, prima o poi, ricominciano a bussare alla porta per chiederti il conto.

 “Ama il tuo sogno, seppur ti tormenta”. Gabriele D’Annunzio, a Pescara, continua a vivere, e non solo nella sua casa natale. Non è un caso se, visitando la sua abitazione, su corso Manthoné, quella frase mi ricapita sotto gli occhi. Peso ogni passo tra manoscritti e fotografie, scrittoio e letto dove il Vate dormiva accanto al fratello. Spiego a mio figlio, 5 anni, che in alcune case possono entrarci tutti, pagando un biglietto, soprattutto se ci vivevano uomini e donne che hanno fatto - e lasciato - qualcosa di bello per tutti. L’Intelligenza artificiale ci permette di ascoltare D’Annunzio “in persona”, che accoglie i turisti, introducendo alla visita. Vorrei trattenere ogni istante di questa giornata in Abruzzo, una terra che mi fa sentire a casa, in pace, mai tradita. Prometto a me stessa che continuerò a far vivere e ad alimentare questo legame.

Il profumo di frittura di pesce si fa spazio tra i vicoli del centro e ci fa venire fame. Vaghi ricordi di viaggi passati mi riportano al “White Bakery”, ristorante americano che propone donuts, pancake e waffle, apple pie, sandwich e hot dog. Proviamo a cercarlo e lo troviamo, a due passi dalla stazione centrale. La sosta è d’obbligo e, mentre assaporo un waffle con yogurt, fragole e mirtilli, qualche velo di nostalgia “mi lucida” gli occhi. Guardo mio figlio bagnarsi le mani nella fontana della piazza, mentre saltella libero e felice, e mi auguro che impari ad amare il viaggio per imparare, così, ad amare il mondo. Passeggiamo senza meta e fino al tramonto. Poi rientriamo al bed and breakfast e il pensiero della cerimonia di premiazione dell’indomani mi fa battere il cuore.

 La scrittura trasforma il dolore in bellezza. Lo insegna la letteratura, e chi scrive lo sa bene. Io ci ho provato con un racconto che parla di un lutto che diventa vita, speranza. L’ho scritto la notte in cui è venuta a mancare mia nonna, ad aprile. Era nel cassetto, l’ho tirato fuori quando sono venuta a conoscenza del premio letterario dedicato all’avvocato Brunetti. E, sabato 27 settembre, al Comune di Pescara, quel racconto è stato premiato con un quarto posto. Abbiamo vissuto un momento di intense emozioni, di conoscenze e di relazioni, di abbracci, sorrisi e di strette di mano. Perché, al di là di posti e di premi, la scrittura può. Può tanto. Può tutto. E spesso salva, non solo dai propri dolori, ma dall’indifferenza, dalla superficialità, da ciò che valore non è. Io sono grata alla Vita per questo.