Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l'uomo deve poter viaggiare (Tarkovskij).
Su suggerimento di alcuni lettori, Terre Nomadi dedica uno spazio ai sapori. La rubrica CucinaMondo viene aggiornata il primo e il quindici di ogni mese e propone ricette tipiche di paesi italiani ed esteri.
Tradizioni e culture si conservano nel modo di preparare il cibo, nelle spezie con cui si condiscono i diversi piatti e nei significati che un determinato ingrediente può assumere. Perché conoscere i luoghi significa anche vivere la loro cultura gastronomica.
Cucina non è mangiare. È molto, molto
di più. Cucina è poesia (Heinz Beck).
Buon viaggio nei sapori!
Per segnalare ricette di piatti tipici, scrivere a terrenomadi@gmail.com
È nata 29 anni fa ad Altamura (Ba), dove risiede. Angela Loré ha scoperto da bambina di avere l'artrite reumatoide. Ragioniera e perito commerciale, innamorata dell'inglese e del tedesco, non può fare a meno della letteratura e della scrittura. Attraverso la penna racconta di un rapporto «fantastico» con la malattia, sua compagna di vita. Ha da poco pubblicato un libro, Il mio inno alla vita, itinerario nelle difficoltà, ma anche nella speranza. Prova di coraggio ed esempio di luce per tutti coloro che stanno percorrendo sentieri ripidi e brecciati. Anche questo è viaggio. Terre Nomadi l'ha intervistata.
Angela, ma quanti
interessi hai?!
La curiosità mi ha fatto appassionare alla medicina, all’arte,
alla moda e a tutto ciò che continua ad attirare la mia attenzione.
Quando e come hai incontrato la tua patologia?
Affetta da ben ventitré anni da artrite idiopatica giovanile
sistemica (AIG), con il tempo sono diventata paziente reumatica esperta. Ho
incontrato la mia patologia nell’estate del 1990, quando, ogni sera,
puntualmente, avevo una leggera febbricola, astenia, poi anche dolore e
tumefazione alla caviglia destra.
Il tuo è un viaggio nelle difficoltà? Quali sono state le
maggiori?
Inizialmente sì, molte. Le maggiori risalgono al principio della
mia patologia. Non è stato semplice trovare un reumatologo umile ed onesto, capace
di consigliare ai miei genitori di ricoverarmi e di farmi curare presso un
centro specialistico reumatologico pediatrico italiano.
Il tuo è anche un viaggio nella speranza…
Assolutamente sì. È sempre lei che mi spinge ad andar avanti
con estremo ottimismo ed è grazie a lei ed ai suoi viaggi che ho realizzato
diversi obiettivi personali.
Il tuo rapporto con l'artrite reumatoide?
Fantastico. Può sembrare strano, ma adoro la mia
patologia, infatti la reputo una compagna di vita. Per quanto è stata spietata
con me, dovrei definirla una nemica. Ma oggi sono
quella che sono grazie a lei. Le sfide che mi ha lanciato rendono il mio
essere forte e determinato. Molto più di lei.
Il rapporto degli altri con la tua artrite reumatoide?
E’ curioso. In molti noto curiosità e incredulità ogni volta
che mi vedono. Preciso che sono di bassa statura, la stessa di quando avevo sei
anni, il periodo dei primi segnali della patologia. Inoltre ho le mani minute,
non conformi rispetto alla mia statura. Sono sempre sorridente. Gli altri
pensano che le persone con una patologia è strano che sorridano. Tanti, invece,
non si pongono quesiti. Per loro rappresento la normalità. Tutti
rimangono esterrefatti per il mio entusiasmo, la mia intelligenza e
determinazione.
C'è qualche tua vicenda particolare legata a questa
patologia?
Sì, eccome! Risale a circa ventitré anni fa, all’esordio
della malattia. Eravamo in visita presso un luminare della reumatologia
pugliese che, alla domanda di mio padre, «Professore, c’è un centro
specialistico reumatologico pediatrico in Italia idoneo a curare la patologia
di Angela?», rispose di no. Quando, invece, diversi anni prima, aveva indirizzato
una mia amica di un anno, con identica patologia, ad un noto centro specialistico.
Lo stesso centro che mi ha curato all'età di diciotto anni, quando ero già
invalida a causa di cure non idonee. Sulla mia amica si è
intervenuti tempestivamente, su di me no. Il tutto l’abbiamo scoperto al
compimento dei miei diciotto anni, quando ho avuto il piacere di conoscere
quella bambina di un anno, divenuta ormai ragazza. Ecco perché ritengo che un
medico debba essere umile ed onesto. Solamente tali pregi permettono di salvare
delle vite!
Angela, che cosa comporta questa patologia?
Molta pazienza, sacrifici, dolori atroci articolari e
muscolari, febbre altissima, il provare diverse terapie (esami ematici, esami
diagnostici, ricoveri, farmaci pesanti da assumere), interventi chirurgici. Tengo
a precisare che, se tale patologia viene riconosciuta immediatamente e aggredita
con cure specifiche, permette di condurre un’ottima qualità di vita. Grazie alla
ricerca farmaceutica, oggi si è in grado di bloccare la malattia sul nascere
solamente se lo specialista interviene in maniera tempestiva.
Perché l'idea di scriverne?
Perché è stato un mio bisogno interiore. Perché, secondo me, c’è bisogno di sensibilizzare la società. Le patologie reumatiche non
colpiscono solo ed esclusivamente l’adulto, non sono una malattia degli
anziani, ma anche dei giovani. Inoltre ho sentito l’esigenza di dare un aiuto
informativo, un supporto morale a tutti coloro che soffrono sia di tale
patologia sia di altre, perché è importante parlare, raccontarsi. Quell’aiuto informativo
e morale che i miei genitori e io non abbiamo ricevuto. Purtroppo, se oggi la
mia patologia è poco conosciuta, ventitré anni fa lo era pochissimo. E se qualcuno
poteva aiutarmi, non l’ha voluto fare. Non importa, sono ugualmente felice e
fiera.
Il libro di Angela Loré sarà presentato sabato 23 novembre, alle 18, nella sala consiliare del Comune di Altamura (Ba).
Mi
porto a pochi chilometri, presso l’oratorio di Santa Maria delle Grazie, il luogo
dove trovò compimento l’insegnamento benedettino ora et labora e che fu a corredo della crescita e dello sviluppo della scuola. L’aspetto esterno del fabbricato è semplice, umile e ricco nella sua
nudità. Muovo dei passi lenti sperando di nutrire il pensiero di alcune tracce
di sapienza. Non vedo alcun frate e la chiesetta è chiusa. Capisco che
anche qui l’aratro del tempo ha scavato un solco profondo tra la terra e il
cielo. Cerco di avere qualche notizia e raccolgo la storia curiosa della
presenza di due Madonne.
Risalgono alla decisione dei signori del paese di sostituire
la statua della Madonna delle Grazie, logora e vecchia, con una nuova. Nel
giorno della festa ci fu una tempesta di vento e grandine che distrusse l'intero raccolto. L’offesa alla Madonna aveva
portato a considerare questo evento calamitoso come una punizione e, quindi, i
contadini decisero di tenere per sé la vecchia statua e di lasciare ai signori la
nuova.
Conquesta carezza della storia umana, vado a recuperare il ricordo di un giorno
indimenticabile. Eravamo nel vigneto della scuola. Tra il vociare dei compagni di
classe e l’ululato del vento, prestai lo sguardo ed i pensieri al monastero
e ai monti del Gran Sasso piuttosto
che alla lezione del professore, intento a spiegare la potatura della vite a
Guyot. Separato dal mondo, mi unii al cielo per vivere come un’onda o una foglia,
libero e leggero. Ed oggi, come allora, sento pulsare nel mio cuore lo stesso
soffio di libertà e di leggerezza. E leggero si fa il mio corpo come la mia
anima. E gli occhi corrono a mirare l’orizzonte, fin sulla cima dei monti, dove
si liberano di quel che è personale, diventando stelle che osservano la
terra e il luogo dove maturò, nelle cure di precettori e domestici, una società
sana e fertile in un’epoca povera di beni, ma ricca di fede. In una povertà dove
tutto era prezioso, il pane e pomodoro, l’acqua fresca della fontana, il
cappotto del fratello grande passato al piccolo, la bicicletta arrugginita
riparata mille volte, la sdrucita borsa della scuola degli anni precedenti, il
calore della casa, della famiglia numerosa, con la nonna che regalava solo
tenerezze.
Spoglio della veste mondana,
mi avvicino in silenzio a quello spazio riempito dal cielo, dove riposano
coloro che hanno dedicato la loro vita a diverse generazioni. In quello spazio
dove tutto ciò che siamo non si perde nell’imbuto del tempo e dove ogni volto
non viene inabissato nel nulla o nel niente, ma ricorda sempre la presenza ed
il passaggio. Con le ali del mio spirito, salgo fino a loro per cogliere amore puro. Qui la vita ha
ripreso ad abitare perché vi è sempre stata.
Riprendo
la strada del ritorno e le due tortore non ci sono. Hanno portato altrove i ricordi, lasciando minuscoli granelli di felicità, nutrimento dei giorni della passata giovinezza e alimento odierno del cuore e degli occhi della mia anima. Li hanno portati altrove per ammirare le bellezze del
creato, per continuare a respirare la stessa aria, la stessa storia, la stessa
magia, le stesse emozioni racchiuse in quella stradina tra le due torri del
paese. Un paese che non dimentichi perché ancora ti appartiene, sempre
vicino nella sua lontananza, perché lo ami, lo sogni e lo insegui. Un paese che
ti resta per sempre perché custodisce, come in una cassaforte, le perle più
preziose della tua vita e che coltivi dentro di te.
Nino Carrabba
Non
sono il sognatore nostalgico di passati conclusi, andati per sempre, temporis acti, ma il
cacciatore di ombre sulle mura di una scuola sempre viva e senza riposo. Non
sono l’ultimo romantico in cerca di ricordi seminati nei campi delle contrade,
sui banchi delle aule, negli angoli delle strade, sui monti incappucciati... e
nemmeno l’esploratore solitario di sogni perduti o d’amori spesi e ricevuti. Neppure il ricercatore di tracce nascoste, ma il custode di un
patrimonio di valori, di ideali, di memorie sensibili e condivise che ci
costituiscono al mondo. Ed ancora, il collezionista di storia educativa, di
quella storia che costruì uomini con passione, con ardore, con batticuore e
con una stessa comunione di intenti e di principi. A significare
che la vita non va solo pienamente vissuta, ma anche dedicata.
A Itaca si torna per ripartire.
Colonna sonora: David Garrett, November rain (Guns N' Roses)