di Anna Maria Colonna
terrenomadi@gmail.com
Uno scoppio, poi un altro. E un altro ancora. Spari. Pochi secondi per spegnere un'esistenza, i suoi sogni, le tristezze, i motivi di gioia. Attimi e non si è più qui. Attimi per spazzare via oltre centoventi persone, per appendere ad un filo la speranza di rimanere in vita. E nel mondo, contemporaneamente, ne muoiono a migliaia per mano di altri uomini. La violenza è tanta e continua a mietere vittime. Le risposte non ci sono, le domande sì.
Gli attentati a Parigi aprono il sipario sulla brutalità umana, a prescindere dai motivi, dalla fede, dalle conseguenze, dalle minacce, da possibili ulteriori episodi. Resta il fatto che qualcuno ha deciso che qualcun altro debba morire, in quel preciso istante e in quel modo. Fine della storia. Una storia assurda. Non accade solamente in Francia. E accade tutti i giorni. La gravità sta in questo. Sul palcoscenico della quotidianità gli attentati avvengono ogni volta che si attenta alla vita di un altro uomo. Fosse anche di uno solo.
Si parla di pace e si lavora per la pace, ma si fa guerra. Nelle famiglie, nei quartieri, nelle città e in ogni angolo della terra. Pensiamo che le nostre verità siano assolute, e allora muoiono amicizie, amori, legami intrecciati da anni e distrutti in mezzo secondo. Muoiono. Pensiamo di essere sempre nel giusto e pretendiamo che anche gli altri lo riconoscano, altrimenti scattano i muri. E i muri dividono, chiudono. Creano odi.
Non bisogna necessariamente credere in Gesù, in Allah, in Budda per dare una definizione al rispetto dell'essere umano, delle sue diversità. Non bisogna professare lo stesso credo per metterlo in pratica, questo rispetto. Non bisogna avere il placet di una religione per aprirsi al dialogo, per osare la pace, per mettere nel cassetto le armi. Nascondersi dietro una fede per non riconoscere le proprie responsabilità e pretese, per giustificare le proprie azioni. Forse accade questo. Interpretare secondo il proprio punto di vista un libro sacro, un'azione, una parola. Forse accade questo. Comodo.
Esistono valori universali, a disposizione di tutti. Ed esistono sentimenti universali. L'amore e l'odio parlano lo stesso linguaggio, in Europa, in America, in Africa, in Asia, in Oceania. Non è necessario studiare per capirli. L'uomo, ovunque viva, in qualsiasi lingua si esprima, è fatto della stessa sostanza, prova le stesse sensazioni, riconosce in sé gli stessi istinti. Può scegliere. Se uccidere o meno. Se ferire o meno. Se aprire le braccia o tenerle conserte.
Semplicemente riflessioni. Quello che accade non può lasciare indifferenti, anche quando non accade a casa nostra. Ci riguarda perché siamo tutti in viaggio sulle stesse strade, in questo mondo.
Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l'uomo deve poter viaggiare (Tarkovskij).
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domenica 15 novembre 2015
domenica 24 febbraio 2013
Da Parigi alla luna
di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it
Ogni uomo vive il rapporto con un luogo diverso dalla sua quotidianità in maniera molto personale. C’è la curiosità della scoperta o il desiderio di tornare «a casa» quanto prima. Quell’irrefrenabile spinta a conoscere e a spalancare confini può diventare anche chiusura. Tanti direbbero che è solo questione di adattamento. Soprattutto quando lavoro e studio costringono ad andare altrove. Per abbracciare orizzonti bisogna amare la strada. Ma prima della strada, occorre amare il mondo. La consapevolezza che nei paesaggi, nei paesi e nelle città si nasconde sempre una goccia di bellezza spinge ad andare oltre. A costruire la propria casa ovunque, anche se solo per pochi giorni.
Nelle pagine del libro di Adam Gopnik «Da Parigi alla luna»
si riesce a percepire la passione dell’autore per la scoperta. La sua curiosità
verso ogni singolo dettaglio. Sensazioni che scorrono fra le righe, nel
racconto di un’esperienza che rapisce. Corrispondente dalla capitale francese
per il «New Yorker», Gopnik trascorre cinque anni nella Ville Lumière insieme
alla moglie Martha e al figlio Luke.
Da New York a Parigi, il giornalista americano non teme il
confronto fra due culture totalmente differenti. Anzi, lo vive nell’intimità
dei café, dei parchi, dei musei, della quotidianità francese. Una quotidianità
che l’autore fa sua per comprenderla fino in fondo.
Lo scrittore svizzero Alain de Botton definisce quello di
Gopnik «il più bel libro sulla Francia scritto negli ultimi anni». Non si può
tracciare il ritratto di un luogo senza percepirne l’essenza. Senza ascoltare i
suoi silenzi e le parole che sussurra.
Che cos’è che rende così bella Parigi? «L’intreccio di lei e
te», risponde l’autore quasi sottovoce. La città delle «intricate ed
improvvisate esperienze» diventa uno scrigno aperto. Al di là della minuscola
arcata di rue de Seme e di fronte all’imponente Institut de France. Che cos’è
che rende meravigliosa la capitale francese? «Il passaggio dal grande al
piccolo». Anche il lettore deve essere preparato a farsi piccolo, «a vivere, ad
arrancare, a chinare la testa per la malinconia e poi a sollevarla» per
cogliere quel misterioso, eppure affascinante, passaggio.
Colonna Sonora: Vanessa Paradis, La Seine
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