sabato 15 marzo 2014

Road movie: Into the wild


di Miriam Pallotta
miriam_pallotta@libero.it



There is a pleasure in the pathless woods. There is a rapture on the lonely shore. There is society, where none intrudes. By the deep sea, and music in its roar: I love not man the less, but Nature more.

Lord Byron

C'è una gioia nei boschi inesplorati. C'è un'estasi sulla spiaggia solitaria. C'è vita dove nessuno arriva, vicino al mare profondo, e c'è musica nel suo boato. Io non amo l'uomo di meno, ma la Natura di più.


Con questa citazione di Lord Byron si apre il film Into the Wild - Nelle terre selvagge. Uscito nelle sale nel 2007, è l’adattamento cinematografico del romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme, in cui viene raccontata la vera storia di Christopher McCandless, un giovane che, nell’aprile del 1992, arrivò nelle terre desolate dell’Alaska con poco cibo e scarse attrezzature. Il suoi resti furono ritrovati da due cacciatori. Pesava trenta chilogrammi. 
 
Le opinioni sulla sua morte sono diverse. Secondo alcuni morì di fame, secondo altri per avere ingerito una pianta velenosa. Accanto al corpo fu trovato un diario grazie al quale Krakauer, insieme alle testimonianze di coloro che lo avevano conosciuto, riuscì a ricostruirne la storia.


Il regista Sean Penn ha dovuto aspettare 10 anni per poter girare il film poiché la famiglia di Christopher era restia a portare sul grande schermo la storia del figlio.


Un fugace sguardo allo schermo. Basta solamente questo per farsi rapire e trascinare, come da un fiume in piena, in uno dei più emozionanti viaggi nella natura mai visti al cinema. Si parla della storia di Christopher McCandless, ragazzo appartenente a una famiglia benestante. Dopo essersi laureato con il massimo dei voti all’Università di Emory, il giovane dona tutti i risparmi all’Oxfam e decide di stravolgere completamente la sua vita abbandonando tutto ciò che lo lega alla società e, in particolar modo, ai genitori. 

Cambia la sua identità e si ribattezza Alexander Supertramp (Supervagabondo). Taglia le carte di credito, i documenti, brucia i soldi che gli sono rimasti e abbandona persino l’amata automobile, compagna di numerosi viaggi. Con uno zaino sulle spalle e i libri fedeli sottobraccio, inizia la sua avventura, che lo porterà a girovagare per due anni nella bellezza della natura incontaminata dell’America.


Dalle immense distese dei campi di grano del South Dakota, dove si improvvisa contadino, prosegue il viaggio attraversando in canoa il fiume Colorado fino al New Mexico, ai deserti dell’Arizona e del Nevada, alle spiagge della California, per poi giungere alla meta più ambita: la desolata, ghiacciata, inviolata e selvaggia Alaska.


Durante il viaggio, egli incontra molti personaggi, tutti diversi, che inevitabilmente si affezionano al giovane. Tra questi, una coppia hippie, l’anziano Ron che vuole adottarlo, la giovane Tracy che se ne innamora e molti altri che aleggiano sullo sfondo, ritraendo l’anima del popolo americano nelle sue mille sfaccettature. Arrivato in Alaska, Alex passa gli ultimi quattro mesi della sua vita in completa solitudine, in un autobus abbandonato da lui soprannominato «Magic Bus». Va incontro a un tragico destino e alla  consapevolezza che la felicità è tale solo se la si può condividere con qualcuno.


La felicità è reale solo se condivisa (Lev Tolstoj).



Il film si suddivide in cinque capitoli: la nascita, l'adolescenza, la maturità, la famiglia, la conquista della saggezza. Questo viaggio non è altro che un cammino interiore e rappresenta una vera e propria rinascita.



Sean Penn non narra gli avvenimenti in ordine cronologico, bensì si avvale del flashback. Il passato, il presente e il futuro di Alex si uniscono come pezzi di un puzzle che svela, pian piano, i motivi per cui ha deciso di intraprendere quest’avventura. La voce narrante della sorella di Christopher, Carine, racconta la sua vita prima della laurea e del viaggio, mentre la voce narrante dello stesso Chris avvicina ai suoi pensieri interiori attraverso citazioni letterarie e frasi che egli scrive sull'inseparabile quaderno. Il suo cammino è costantemente accompagnato dalla voce di Eddie Vedder, le cui canzoni, scritte appositamente per il film, interagiscono perfettamente con la storia, i pensieri e le emozioni del protagonista.

Grazie a un’intensa fotografia, il regista riesce a esaltare la straordinaria bellezza dei paesaggi americani, che diventano parte integrante della storia: i grandi laghi, le bellissime spiagge, gli infiniti cieli azzurri e le vette delle montagne dell’Alaska dipinte di un candido bianco. Forte è il contrasto tra la natura inviolata e le grandi e caotiche città, dove regnano l’uomo e la società.

Penn, particolarmente affezionato a questa storia, cerca di raccontarla nel modo più realistico possibile. Lo stesso «Magic Bus» è stato completamente ricostruito nei minimi dettagli. È impossibile non emozionarsi, ridere, piangere con Alex interpretato da Emile Hirsch, che regala una delle sue migliori performance. Accanto a lui, un cast di grandi attori, tra cui William Hurt, Marcia Gay Harden, Hal Holbrook, Vince Vaughn, Catherine Keener e molti altri.


Curiosità

The Magic Bus è diventato meta di pellegrinaggio per molti americani ossessionati dalla storia di Christopher. Per arrivarci, bisogna attraversare due fiumi, il Teklanika e il Savage (il Selvaggio). Il Teklanika è facilmente attraversabile nei periodi di siccità, ma, sotto la pioggia, improvvisamente si trasforma in un mostro che trascina con sé qualsiasi cosa gli sia vicina. Ogni anno sono tantissimi gli uomini che, dopo aver letto il libro di Krakauer o visto il film, si avventurano alla ricerca dell’autobus. Volontari e vigili del fuoco sono stanchi di ripescare uomini dispersi o semiannegati, tanto che si sta valutando di rimuovere il Magic Bus, che si trova fra il parco del Denali e il massicco del Monte McKinley, sullo Stampede Trail.

Into the wild, il trailer

Christopher McCandless (quello vero) nel famoso autoscatto con il suo Magic Bus
Christopher McCandless (quello vero) si fotografa con la sua ultima frase:
















CucinaMondo: Afghanistan, crema di riso al cardamomo

Che cosa serve (per quattro persone)

100 cl di latte
150 g di riso (o di farina di riso)
5 capsule cardamomo
3 cucchiai di zucchero
1 manciata pistacchi (o di mandorle)

 Come si fa
1. Macinare il riso con il macinino del caffè o usare la farina di riso già pronta.

2. In una pentola, versare il latte, aspettare che bollisca, poi aggiungere il riso, mescolando bene con l'apposita frusta.

3. Cuocere per 25 minuti a fuoco lento e, a fine cottura, unire lo zucchero e il cardamomo, utilizzando i piccoli semi dell'interno, anch'essi macinati.

4. Amalgamare tutto con cura.

5. Versare la crema di riso in coppette individuali e lasciare raffreddare a temperatura ambiente.

6. Prima di portare il dessert in tavola, guarnire le coppette con mandorle o pistacchi finemente tritati.

giovedì 13 marzo 2014

Alla ricerca dei Casale italiani, viaggio tra le parole


di Luigi Casale 
casaleluigi@yahoo.it

Casale, Gianluca Bartoli Mariani
Numerosi sono i Comuni che hanno per nome il termine generico di «casale». E si contraddistinguono per la seconda parte della loro denominazione, che segna l’appartenenza geografica o quella feudale. Ma anche per la caratteristica paesaggistica, talvolta indicata con un aggettivo, talaltra mediante la specificazione di un sostantivo il cui referente è l'albero, la fonte, il colle presso cui il casale si è sviluppato.

Alla stessa maniera, diversi e ben distribuiti sul territorio nazionale sono i ceppi familiari che, per qualche rapporto con il casale di loro pertinenza, ne hanno assunto il soprannome. Poi divenuto cognome.
  
Vesuvio, Campania
Ed eccomi, immeritatamente, a rappresentare l’area dei Casale campani (Napoli e dintorni). Più esattamente, quella della popolazione vesuviana, dove i piccoli centri abitati, stante l’uso linguistico di una data epoca, erano soliti chiamarsi casali.

Nella mia vita, senza fare particolare ricerca, ma solo restando ai normali contatti quotidiani, mi sono imbattuto in lunghe schiere di Casale, chi residente a Sicignano, chi a Battipaglia, chi a Mirabella Eclano. E, poi, in Puglia, in Sicilia, nel Lazio, in Toscana, in Abruzzo. Ma, soprattutto, in Piemonte, in Friuli e in Emilia Romagna. Non posso dire che si tratti di un unico ceppo, tuttavia... a volte, la coincidenza... non si sa mai!

E quanti omonimi, quanti Casale Luigi! Se posso avanzare un’ipotesi, sembra proprio che il nome Luigi sia il più ricorrente tra i nomi abbinati a Casale, il più felice e il più congeniale, tanto da sembrare fatti apposta l’uno per l’altro. Non so immaginare un Casale che non sia anche Luigi. Mi è capitato addirittura di trovarlo a grandi lettere lungo le autostrade d’Europa, sui teloni degli autotrasporti.

Chiarito - ammesso che sia veramente chiarito - che non siamo tutti parenti, il fatto che lo potessimo essere l’ho sperato almeno in un caso: quando a scuola, sul prontuario di chimica, nel paragrafo che trattava l’ammoniaca, per la prima volta ho letto il profilo biografico di Luigi Casale da Pinerolo, presidente della Montecatini. Ma allora si era adolescenti...

Quanti Casale o Casali! Con la «i» nella sua variante nobile! E quante città - o piccoli paesi - dal nome Casale! Forse da ognuno di essi si è generato poi il cognome di famiglia che portiamo, disseminati come siamo in tutta Italia. Da un vecchio codice di avviamento postale del 1967 (il primo in distribuzione dalle Poste italiane) - senza contare i nomi agglutinati, quelli fusisi per crasi, i diminutivi e i vezzeggiativi, e quelli in cui la parola Casale si presenta tronca nella forma Casal, o altre possibili varianti - ne ho registrati undici. Ma, nel totale, sono due pagine intere, compilate fittamente in due colonne.

Come per le persone, mi sono affezionato anche ai luoghi. E, così, come in gioventù ho sognato di ritrovare un possibile ascendente nel Casale Luigi chimico che ha escogitato il metodo di produzione dell’ammoniaca per sintesi diretta, in età posteriore mi sono lusingato di avere avuto qualche provenienza piemontese, dalle parti di Casale Corte Cerro. Nella realtà, però, solo la casualità ci ha fatto incontrare.

Piemonte, Casale Corte Cerro, il Getsemani

© Luigi Casale
Dei Casali del Piemonte conoscevo solo Casale Monferrato, un po' dalla storia un po' dalla lettura de I promessi sposi. In seguito, per aver avuto un amico casalese, il buon Ariolfo. Ma, soprattutto, per  tutte le burle che mi toccava sopportare a scuola, dove, non appena gli insegnanti sentivano il mio cognome... da Casale ero già divenuto Casalemonferrato! Solo uno, per ovviare alla banalità del luogo comune di un ritrovato tanto facile e scontato - e altrettanto stupido - aveva voluto aggiungervi il suo elemento di originalità, chiamandomi Casale-ben-ferrato. Ed era evidente che non si volesse riferire ad un cavallo (lo spero). 

Io, riflettendo sull’uso che all’epoca si faceva del termine ferrato, ho sempre pensato che quell’insegnante volesse riferirsi al mio rendimento nelle materie cosiddette scientifiche e, in particolar modo, in matematica. La prima volta che soggiornai a Casale Corte Cerro fu nel 1966. Avevo ventidue anni e venni ospitato in una magnifica struttura, il Getsemani, una casa di spiritualità aperta ai congressi, alle associazioni, ai gruppi di lavoro e alle altre attività di carattere associativo e formativo.  

Continua nel prossimo reportage (con le foto di Casale Corte Cerro degli anni Settanta).

Colonna sonora: Estas Tonne, The winds that brings you home