lunedì 9 dicembre 2013

Ser argentinos, nuestra amada nacionalidad

di Maria Rosa Infante


Me piden que cuente sobre nuestra identidad. Sobre aquello que nos identifica: nuestra esencia, lo que define nuestra amada nacionalidad. Es tan difícil y tan fácil a la vez, y aquí vamos con la primera característica: contradictorios. Nosotros argentinos somos contradictorios! Tenemos un alma dual que bebe en una misma copa las alegrías y las tristezas.


Argentina, paesaggi
Somos hijos de un país joven, poco más de 200 años como nación independiente. Herederos de un crisol de razas, donde la inmigración ha dejado una huella indeleble, profunda, inevitable. Muchos de nosotros somos hijos o nietos de italianos (o españoles), las dos corrientes inmigratorias que han prevalecido en su mayoría. Entonces, si bien amamos apasionadamente esta tierra bendita, generosa y extensa (muy), también participamos en la extranjería de nuestros padres. Hemos bajado de los barcos y hemos recibido el legado aborigen, que hoy reivindicamos después de siglos de postergaciones. Es una mixtura apasionante y sanguínea.


Somos venales, apasionados - lo dije sí, pero lo repito -, olvidadizos de nuestra propia historia. Tendemos a cometer una y otra vez los mismos errores históricos sin aprender de ellos. Intolerantes con lo superfluo, demasiado tolerantes y blandos con la corrupción política que nos persigue como una sombra. Solidarios hasta extremos inimaginables, unidos en las vicisitudes cotidianas y en las tragedias sociales.


Dulce de leche
Pecamos de soberbios, creemos a menudo que hemos inventado la solución a cada problema. Amamos el fútbol, los asados, el mate, el dulce de leche, las reuniones familiares, los cafés compartidos con amigos. Nos enorgullecemos de la vastedad de nuestra tierra, un mosaico de paisajes diversos que el mundo de a poco y con la inevitable globalización está conociendo: llanuras inmensas y fértiles, valles luminosos, montañas que quitan el aliento, sierras y arroyos dulces, cataratas únicas que son patrimonio de la humanidad, glaciares azules, Patagonia mística.


Tango argentino
Hemos tenido y tenemos glorias en todas las disciplinas artísticas, en la literatura, en el deporte, en la ciencia. Nos cuesta destacar en grupo, pero individualmente somos una fuente inagotable de talentos en todos los órdenes. Hoy por hoy le hemos dado al mundo un jesuita que es cabeza de la Iglesia y en poco tiempo la está transformando, con su nombre y sus actitudes humildes que evocan al pobrecito de Asís. Estamos hechos del folklore de las provincias y del tango porteño, que nos perfuma de nostalgia (somos irremediablemente nostalgiosos). Amamos la buena mesa, y disfrutamos una cocina que a fuerza de tanta inmigración se ha vuelto cosmopolita y variada. 


El mate
Tenemos la virtud de la hospitalidad, nos encanta recibir gente en casa y haremos lo imposible por homenajearlos y agradarles. Tenemos el defecto de la improvisación, desde nuestros gobernantes hasta el último de los comunes ciudadanos, somos improvisados y actuamos muchas veces sin pensar y por instinto. En la Argentina de los argentinos predomina el sentimiento antes que la racionalidad. Alguien dijo alguna vez que el argentino siente, luego existe, parafraseando a Descartes.


Argentina, paesaggi
El argentino es una persona que muy a su pesar y habiendo sido maltratado políticamente, siente esperanza, siente que aún es posible. Solemos decir que tenemos todo para ser una gran nación, y que fallamos nosotros mismos en el intento de serlo. El argentino está aprendiendo a ser autocrítico, de a poco, y con la intención de corregir sus errores. Ser argentino es irse mil veces del país con el corazón partido por mil crisis políticas y económicas distintas, y volver otras mil a esta tierra que atrae con un magnetismo arrobador. Ser argentino es una aventura maravillosa, es una condición que llena el pecho de orgullo, que hace llorar de emoción ante la vista de un símbolo patrio azul y blanco. Difícil de explicar, mucho más fácil de sentir.




Traduzione di Anna Maria Colonna

Mi chiedono di parlare della nostra identità, di quello che ci identifica: la nostra essenza, ciò che definisce la nostra amata nazionalità. È tanto difficile e tanto facile, alle volte. Mi soffermo sulla prima caratteristica: contradditori. Noi argentini siamo contraddittori! Abbiamo un’anima sdoppiata che beve dalla stessa coppa allegria e tristezza.


Siamo figli di un paese giovane, di poco più di duecento anni come nazione indipendente. Eredi di un crogiuolo di etnie, di cui l’immigrazione ha lasciato una traccia indelebile, profonda, inevitabile. Molti di noi sono figli o nipoti di italiani (o spagnoli), paesi dai quali i flussi migratori hanno abbondato. Allora, se amiamo appassionatamente questa terra benedetta, generosa ed estesa (molto), partecipiamo (con lo stesso amore) a quella straniera dei nostri padri. Siamo scesi dalle barche, ricevendo anche il legame indigeno, che oggi, dopo secoli di dimenticanza, rivendichiamo. È una fusione appassionante e sanguigna.


Siamo venali, appassionati -  l’ho già detto, però lo ripeto - dimentichi della nostra storia. Tendiamo a commettere una o più volte gli stessi errori storici senza imparare da quelli del passato. Intolleranti con il superfluo, troppo tolleranti e morbidi con la corruzione politica, che perseguiamo come un fantasma. Solidali fino agli estremi inimmaginabili, uniti nelle vicissitudini quotidiane e nelle tragedie sociali.


Pecchiamo di superbia, crediamo spesso di avere la soluzione ad ogni problema. Amiamo il calcio, l’arrosto, il mate, il dolce di latte, le riunioni familiari, il caffè condiviso con gli amici. Ci inorgogliamo per la vastità della nostra terra, un mosaico di paesi diversi che il mondo, da poco e con la inevitabile globalizzazione, sta conoscendo: pianure immense e fertili, valli luminose, vette che tolgono il respiro, catene di monti e dolci ruscelli, cascate uniche che sono patrimonio dell’umanità, ghiacciai azzurri, Patagonia mistica.


Abbiamo registrato e continuiamo a registrare glorie in tutte le discipline artistiche, nella letteratura, nello sport, nella scienza. Ci costa distaccarci dal gruppo, ma individualmente siamo una fonte inesauribile di talenti in tutti i campi. Abbiamo dato al mondo un gesuita che è a capo della Chiesa e che la sta trasformando in poco tempo, con il suo nome e con atteggiamenti di umiltà che ricordano il poverello di Assisi. Abbiamo eventi di folklore nelle province e il tango di Buenos Aires, che ci pervade di nostalgia (siamo irrimediabilmente nostalgici). Amiamo il buon cibo e godiamo di una cucina che, a forza di tanti flussi migratori, è diventata cosmopolita e varia.


Possediamo la virtù dell’ospitalità, adoriamo ospitare persone in casa e facciamo il possibile per omaggiarle e per compiacerle. Abbiamo il difetto dell’improvvisazione, siamo improvvisatori, a partire dai nostri politici fino all’ultimo dei comuni cittadini, e agiamo molte volte senza pensare o per istinto. Nell’Argentina degli argentini predomina il cuore sulla ragione. Qualcuno una volta ha detto che l’argentino sente, dunque esiste, parafrasando Cartesio.


L’argentino conta molto su se stesso e, pur essendo stato maltrattato politicamente, sente speranza, sente che qualcosa è ancora possibile. Siamo soliti dire che abbiamo tutto per essere una grande nazione, ma non siamo capaci di trasformare le parole in fatti. L’argentino, da poco, sta imparando ad essere critico con se stesso, con l’intenzione di correggere i suoi errori. Essere argentino è andare via mille volte dal paese con il cuore partito per mille crisi politiche ed economiche diverse, e tornare altre mille in questa terra che attrae con un magnetismo affascinatore. Essere argentino è una avventura meravigliosa, è una condizione che riempie il cuore di orgoglio e di emozione alla vista di un simbolo patrio azzurro e bianco. Difficile da spiegare, molto più facile da sentire.

Colonna sonora: Madonna, Don't cry for me Argentina











giovedì 5 dicembre 2013

Gli spaventapasseri fanno festa in Italia e all'estero

Di Anna Maria Colonna 
annamaria9683@libero.it

Le fotografie, di Marco Cavallini, sono state scattate a Case Passeri (Salsomaggiore Terme, Pr)


Dissi una volta ad uno spaventapasseri: «Devi essere stanco di stare in questo campo solitario».
 

E lui disse: «La gioia di spaventare è profonda e durevole, e non me ne stanco mai» (Khalil Gibran).

Tattie bogle, tao-tao, kakashi, vogelscheuche, espantapájaros, scarecrow. Lingue e nomi differenti, ma identico compito. Ovunque. Difendere il raccolto dagli uccelli. Lo spaventapasseri è figlio della tradizione popolare, che si impegna da sempre a dipingerlo come brutto e trascurato. Secondo la cultura contadina, l'aspetto deve spaventare, sebbene basti simulare la presenza umana - non necessariamente deforme - per allontanare i volatili.

Le storie che accompagnano l'immagine del contadino di pezza sono davvero singolari. A cominciare dalla simpatia che questo orco raccapricciante - spauracchio degli uccelli - suscita nei bambini attraverso fiabe e filastrocche. Lo spaventapasseri blu del paese dei Munchkins, nel libro di Frank Baum Il meraviglioso mago di Oz, si mette in viaggio con una ragazzina, Dorothy, per chiedere al mago un cervello. La riflessione, poi, associa il fantoccio campestre alla solitudine dell'uomo moderno, chiuso in un mondo costruito su misura, anche e soprattutto dalla tecnologia.

Il manichino di pezza viene festeggiato in tantissimi paesi. A Omal e a Thimougies, in Belgio, fra maggio e giugno gli appassionati organizzano una gara. A Piétrebais, sempre in Belgio, ad agosto viene dedicato agli spaventapasseri un festival. E, ogni tre anni, anche in Svizzera, a Denens, si celebra la loro tradizione. Il Comune francese di Béville-le-Comte, 1500 abitanti, rappresenta la capitale mondiale dello spaventapasseri. E in Irlanda affollatissimo è il Durrow Scarecrow Festival, durante il quale oltre centoventi manichini provenienti da tutta l'isola si sfidano per vincere un premio.

L'Italia non è da meno. Ad Alfonsine, paese ad una manciata di chilometri da Ravenna, a maggio si organizza la sagra del contadino di pezza. Nello stesso periodo gli spaventapasseri fanno festa a Castellar (Cuneo), in un museo a cielo aperto allestito da tutto il paese. Giugno è il mese degli spaventapasseri a Campello sul Clitumno, in Umbria. Tutte le famiglie di Medea (Friuli), sempre a giugno, costruiscono fantocci contadini da esporre nelle strade. A Castel di Leva (Roma), ad inizio estate, protagonisti dall'alba al tramonto sono proprio gli spaventapasseri. E quest'anno, per la prima volta, anche a Case Passeri (frazione di Salsomaggiore Terme), a luglio, campi e contrade hanno visto sfilare donne e uomini di pezza.

Oggi l'occupazione solitaria di questo pupazzo di stoffa della tradizione agreste è passata nelle mani di persone in carne ed ossa. Il 23enne inglese Jamie Foxx, laureato e disoccupato, ha accettato di fare lo spaventapasseri per milleduecento euro al mese in una fattoria di Norfolk, in Gran Bretagna.

Colonna sonora: Judy Garland, Somewhere over the rainbow

 

 






 






lunedì 2 dicembre 2013

Sulmona-Greccio, in partenza il treno dei presepi

di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

Transiberiana d'Italia, marzo 2013
© Anna Maria Colonna
È vietato ripartire, ma il treno transita. Ha deciso di non fermarsi. Il suo passaggio sfiora la bellezza dei paesaggi senza sciuparla. Potrebbe raccontare tutti i mondi nascosti negli occhi dei passeggeri. Un libro non scritto, che parla il linguaggio ferroso delle rotaie e quello inspiegabile delle emozioni. Potrebbe, ma non può. Non più.

Il sole picchia sulla neve che si intravede in lontananza. I motori sono già accesi e il treno sta per lasciare la stazione abruzzese di Sulmona (Aq). Arriverà nel primo pomeriggio ad Isernia, in Molise. 

Ricordi di qualche mese fa. Era il 3 marzo e la Transiberiana d'Italia rivedeva sui binari vagoni affollati e curiosi. I primi a percorrere la linea Sulmona-Isernia, passando per Carpinone, dopo la chiusura della tratta nel 2011 perché ritenuta antieconomica. Il treno attraversava paesaggi che toccano il picco di 1268 metri alla fermata di Rivisondoli-Pescocostanzo, seconda solamente al Brennero (1370 metri). 

Transiberiana d'Italia, marzo 2013 © Anna Maria Colonna
Piacque, quel viaggio. Tanto che ne vennero organizzati altri, nonostante lo scetticismo delle istituzioni. Ma la passione non parla il burocratese. Gruppi di volontari dell'associazione Transita - insieme a tanti altri instancabili ed anonimi viaggiatori - hanno continuato a credere nel sogno di far rivivere la linea ferroviaria. Di riflesso, ne ha tratto vantaggio anche il turismo abruzzese e molisano. Ma questo non basta. Da più di un mese la tratta è di nuovo chiusa e agonizza nell'immobilismo delle istituzioni.


Sulmona-L'Aquila-Terni © Andrea Pergolini

Transita non si arrende e percorre altre strade a sostegno del viaggio, della natura, del turismo. Suo obiettivo è diffondere la cultura del treno, visto non solamente come mezzo di trasporto, ma anche come luogo in cui conoscere le peculiarità e le tradizioni dei luoghi attraversati.

Per domenica 8 dicembre è pronto il treno dei presepi, con partenza da Sulmona e destinazione Greccio (Ri), la Betlemme francescana. Qui Francesco d'Assisi, nel 1223, allestì il primo presepe vivente. I passeggeri potranno visitare la mostra nazionale dei presepi nel centro storico del paese e il mercato dell’artigianato e dell’oggettistica in piazza Roma. Nel pomeriggio sarà aperta la cappelletta di San Francesco, che domina la valle santa reatina.

Canti e racconti della tradizione popolare arricchiranno il viaggio sulla tratta Sulmona-L’Aquila-Terni, costruita 130 anni fa. Per informazioni, scrivere a prenotazioni@transita.org o telefonare al numero 327 5843233.

Altri articoli di Terre Nomadi sulla Transiberiana d'Italia del 14 aprile 2013 con Paesaggi d'Abruzzo.

L'articolo si può leggere anche su reteabruzzo.com.














Colonna sonora: Paolo Buonvino, C'è la neve nei miei ricordi