A partire da oggi e per tutta l'estate, Terre Nomadi sarà aggiornato solamente il giovedì. Con la bella stagione, lo staff del blog si mette in viaggio per fotografare, raccogliere testimonianze e storie da raccontare nei prossimi mesi.
Continueremo a scrivere di paesaggi, di tradizioni e di manifestazioni perché siamo convinti che per valorizzare un territorio sia necessario conoscerlo e viverlo.
Intervisteremo perché ai monologhi preferiamo i dialoghi. Il mondo riesce ad esprimersi meglio parlando al plurale.
E non vogliamo fermarci alla parte «positiva» del viaggio. Puntiamo ad andare oltre, a raccontare anche ciò che non viene detto. È l'altro lato della medaglia. Esiste e non può essere ignorato.
Non mancheranno recensioni di libri in Pagine nomadi e di film nella rubrica Road movie, curata da Miriam Pallotta. In CucinaMondo ci saranno nuove ricette da provare.
Resta attivo il servizio booktrailer per autori e case editrici.
Chiunque voglia proporre e segnalare storie, manifestazioni o reportage, può farlo scrivendo a terrenomadi@gmail.com
Raccontanteci le vostre vacanze, i luoghi visitati, gli incontri, i profumi, i sapori. Le fotografie e gli articoli più belli saranno pubblicati sul blog.
Proviamo a crescere. Insieme ai nostri lettori.
Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l'uomo deve poter viaggiare (Tarkovskij).
giovedì 12 giugno 2014
Un amore silenzioso
Intervista all'autore, Edoardo Martorelli
di Anna Maria Colonna
terrenomadi@gmail.com
A 22 anni ha già dato alle stampe il suo primo romanzo, Un amore silenzioso, che sta riscuotendo successo soprattutto tra gli adolescenti. Edoardo Martorelli, abruzzese trapiantato in Emilia Romagna per studio, non manca di schiettezza quando racconta e si racconta. È nato ad Avezzano (Aq) e attualmente frequenta la facoltà di scienze della comunicazione a Bologna.
Abruzzo, 28 giugno 2002
La
penna giovane dell'autore scrive di sentimenti forti, che riescono a
resistere alla ruggine degli anni. La storia di Alessandro e Silvia
ripercorre i pensieri e le speranze di due ragazzi che, pur amandosi,
intraprendono strade diverse. Lontane. Una sfida che
trasforma le scelte in esperienze e possibilità.
Martorelli traccia sul foglio i destini dei protagonisti, che corrono
paralleli e sospesi, incrociandosi di tanto in tanto. La vita combina e scombina
incontri e momenti, allontanando e riavvicinando anime in viaggio perenne. Dietro il mondo di carta compare quello reale della giovinezza, capace di andare oltre lo spazio e il tempo. Terre Nomadi ha intervistato l'autore.
Edoardo, hai appena 22 anni e la tua strada è già in salita...
Fin dalla più tenera età ho iniziato ad amare le donne, fantasticando sulla vita. Incontrai la prima donna di cui mi innamorai negli anni della scuola materna. Durante le elementari e le medie feci altrettanto, inanellando grandi sogni ad altrettante delusioni. Con molta infamia e poca lode ho frequentato, poi, il liceo scientifico di Avezzano, da cui, seppure amato dai professori, ho sempre portato a casa il risultato nei minuti di recupero. Quelli del liceo sono stati gli anni in cui ho provato a fare il presentatore di eventi di moda, il giornalista (dicono fossi bravo) e lo studente a tempo perso. Ora, oltre a frequentare l'università, provo a scrivere qualche buon romanzo (così dicono), guardo molti film e ascolto musica. E ovviamente leggo. Amo le donne, le auto sportive e l'eleganza. Non capisco nulla di cibo.
Due adolescenti in viaggio nelle loro vite, strade che si dividono e che si ricongiungono. Il tuo romanzo racconta questo...
I personaggi sono continuamente alla ricerca l'uno dell’altro, ma non arrivano mai al punto di dirselo. Si nascondono dietro motivi che anche loro sanno essere inconsistenti. Quello di Alessandro e Silvia è un amore tenuto in una scatola che ogni tanto tentano di scoperchiare.
Come nasce il tuo intimo rapporto con la scrittura?
La scrittura per me è nata prima come necessità, poi è diventata divertimento. Come dice Fitzgerald, non si scrive un libro per dire qualcosa, ma perché si ha qualcosa da dire. Io avevo molto da dire a me stesso, volevo dirmi di credere ancora nell’amore e l’ho fatto attraverso un romanzo. Avevo sogni diversi da quello di scrivere un libro. Poi, quando ho capito di non poter fare né l’astronauta, né il pilota di Formula 1 e nemmeno il calciatore, mi sono dedicato alla scrittura.
Quanto di te e della tua adolescenza c’è
nella storia che racconti?
Credo che nel personaggio di Alessandro ci siano degli aspetti che contraddistinguono me e il mio essere sempre alla costante ricerca del sentimento e dell’emozione. Penso, però, che le somiglianze si fermino qui. Io non avrei mai aspettato dieci anni per ritrovare la donna che amo. E, ovviamente, c’è una Silvia reale.
E nella vita reale è possibile ritrovarsi dopo dieci anni di distanza?
Penso sia possibile se si crede fermamente nell’amore e se quella persona è stata fondamentale nella nostra crescita. A volte ci si può ritrovare anche quando tutto intorno è mutato. Ma le possibilità non sono molte, per questo restano i libri a farci sognare.
Altre storie in cantiere?
Sì, sto scrivendo in questi mesi il mio secondo romanzo, ma non posso anticipare nulla.
di Anna Maria Colonna
terrenomadi@gmail.com
A 22 anni ha già dato alle stampe il suo primo romanzo, Un amore silenzioso, che sta riscuotendo successo soprattutto tra gli adolescenti. Edoardo Martorelli, abruzzese trapiantato in Emilia Romagna per studio, non manca di schiettezza quando racconta e si racconta. È nato ad Avezzano (Aq) e attualmente frequenta la facoltà di scienze della comunicazione a Bologna.
Abruzzo, 28 giugno 2002
Il sole era al tramonto e il mare piatto.
Un leggero vento smuoveva i ricci capelli neri di lei.
Camminavano abbracciati a piedi nudi sulla sabbia.
Si amavano. Si amavano di un amore sincero, spontaneo e coinvolgente.
Lei ad un tratto si fermò e si girò verso di lui guardandolo negli occhi:
«Ora ci amiamo ma noi non saremo mai una di quelle coppie da Ti amerò per sempre o Sei la mia vita, ok?»
«Sì infatti, è patetico… Però promettimi che se tra dieci anni ci rincontreremo faremo subito l'amore, senza pensare a quello che saremo diventati e alle persone che avremo accanto».
«Sì, promesso!» rispose lei.
Un leggero vento smuoveva i ricci capelli neri di lei.
Camminavano abbracciati a piedi nudi sulla sabbia.
Si amavano. Si amavano di un amore sincero, spontaneo e coinvolgente.
Lei ad un tratto si fermò e si girò verso di lui guardandolo negli occhi:
«Ora ci amiamo ma noi non saremo mai una di quelle coppie da Ti amerò per sempre o Sei la mia vita, ok?»
«Sì infatti, è patetico… Però promettimi che se tra dieci anni ci rincontreremo faremo subito l'amore, senza pensare a quello che saremo diventati e alle persone che avremo accanto».
«Sì, promesso!» rispose lei.
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| Edoardo Martorelli |
Edoardo, hai appena 22 anni e la tua strada è già in salita...
Fin dalla più tenera età ho iniziato ad amare le donne, fantasticando sulla vita. Incontrai la prima donna di cui mi innamorai negli anni della scuola materna. Durante le elementari e le medie feci altrettanto, inanellando grandi sogni ad altrettante delusioni. Con molta infamia e poca lode ho frequentato, poi, il liceo scientifico di Avezzano, da cui, seppure amato dai professori, ho sempre portato a casa il risultato nei minuti di recupero. Quelli del liceo sono stati gli anni in cui ho provato a fare il presentatore di eventi di moda, il giornalista (dicono fossi bravo) e lo studente a tempo perso. Ora, oltre a frequentare l'università, provo a scrivere qualche buon romanzo (così dicono), guardo molti film e ascolto musica. E ovviamente leggo. Amo le donne, le auto sportive e l'eleganza. Non capisco nulla di cibo.
Due adolescenti in viaggio nelle loro vite, strade che si dividono e che si ricongiungono. Il tuo romanzo racconta questo...
I personaggi sono continuamente alla ricerca l'uno dell’altro, ma non arrivano mai al punto di dirselo. Si nascondono dietro motivi che anche loro sanno essere inconsistenti. Quello di Alessandro e Silvia è un amore tenuto in una scatola che ogni tanto tentano di scoperchiare.
Come nasce il tuo intimo rapporto con la scrittura?
La scrittura per me è nata prima come necessità, poi è diventata divertimento. Come dice Fitzgerald, non si scrive un libro per dire qualcosa, ma perché si ha qualcosa da dire. Io avevo molto da dire a me stesso, volevo dirmi di credere ancora nell’amore e l’ho fatto attraverso un romanzo. Avevo sogni diversi da quello di scrivere un libro. Poi, quando ho capito di non poter fare né l’astronauta, né il pilota di Formula 1 e nemmeno il calciatore, mi sono dedicato alla scrittura.
Quanto di te e della tua adolescenza c’è
nella storia che racconti? Credo che nel personaggio di Alessandro ci siano degli aspetti che contraddistinguono me e il mio essere sempre alla costante ricerca del sentimento e dell’emozione. Penso, però, che le somiglianze si fermino qui. Io non avrei mai aspettato dieci anni per ritrovare la donna che amo. E, ovviamente, c’è una Silvia reale.
E nella vita reale è possibile ritrovarsi dopo dieci anni di distanza?
Penso sia possibile se si crede fermamente nell’amore e se quella persona è stata fondamentale nella nostra crescita. A volte ci si può ritrovare anche quando tutto intorno è mutato. Ma le possibilità non sono molte, per questo restano i libri a farci sognare.
Anche tu in viaggio come i protagonisti. Prevale il tuo viaggio interiore, che probabilmente diviene scrittura, o il tuo spostarti fisicamente?
Molto spesso i viaggi che faccio con la mia mente vengono proiettati nella scrittura, che li mette alla prova. Però ora riesco a mantenere una grossa distanza tra ciò che scrivo e ciò che vivo. Delle connessioni ci sono e ci saranno sempre, ma è difficile far dipendere la scrittura dal vissuto, a patto che tu non sia un Hemingway.
Molto spesso i viaggi che faccio con la mia mente vengono proiettati nella scrittura, che li mette alla prova. Però ora riesco a mantenere una grossa distanza tra ciò che scrivo e ciò che vivo. Delle connessioni ci sono e ci saranno sempre, ma è difficile far dipendere la scrittura dal vissuto, a patto che tu non sia un Hemingway.
Altre storie in cantiere?
Sì, sto scrivendo in questi mesi il mio secondo romanzo, ma non posso anticipare nulla.
lunedì 9 giugno 2014
Belchite, il turismo che nasce dalla guerra
di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it
Belchite, pueblo viejo. C’era il sole quando la guerra
civile spagnola trasformò l’appartato e ridente borgo rurale in un ammasso di
macerie e di cadaveri. Ruinas historicas le chiamano oggi, con tanto di
cartello sistemato all’ingresso della cittadina abbandonata. E ai turisti piace
quell’odore di silenzio che soffia tra gli edifici, fermi a 77 anni fa. Un
fascino che racconta di morte, perché tolse la vita a uomini, donne, anziani e
bambini.
La lunga resistenza salvò Saragozza, ma non Belchite,
distrutta dai repubblicani e, in seguito, insignita della più alta onorificenza
militare spagnola, la «Cruz Laureada de San Fernando». Il piccolo villaggio aveva
offerto i propri abitanti alla guerra per strappare alla morte la capitale
aragonese.
Il Comune spagnolo venne ricostruito dal regime franchista,
ma non in loco. Accanto alle rovine sorse una cittadina con lo stesso nome, che
attualmente conta circa milleseicento abitanti. Il paese vecchio venne affidato
al tempo, ladro di giovinezza. L’arco de San Roque, le chiese di San Martin, San
Juan, San Augustin, il convento di San Rafael, la cappella di San Anton, case e
palazzi monchi sono testimoni della pazzia umana. Ruggine che divora inferriate,
ringhiere e la storia di chi non ha potuto guardare in faccia alla vita. Storie
fatte a pezzi dalla Storia e che non conserveranno mai nomi, se non nei racconti
dei familiari.
Oggi Belchite è molto gettonata dal punto di vista turistico
e mostra ai visitatori anche il suo volto notturno. Un recinto chiude le
macerie e si entra solamente con il biglietto e accompagnati dalla guida. Gli
edifici senza tetto lasciano spazio al cielo, unico abitante rimasto. L’unico a
poter lavare gli orrori umani quando il peso della memoria buca le nuvole.
annamaria9683@libero.it
Belchite, pueblo viejo. C’era il sole quando la guerra
civile spagnola trasformò l’appartato e ridente borgo rurale in un ammasso di
macerie e di cadaveri. Ruinas historicas le chiamano oggi, con tanto di
cartello sistemato all’ingresso della cittadina abbandonata. E ai turisti piace
quell’odore di silenzio che soffia tra gli edifici, fermi a 77 anni fa. Un
fascino che racconta di morte, perché tolse la vita a uomini, donne, anziani e
bambini.
La distruzione di Belchite fu figlia di un pretesto, fermare
l’avanzata dei golpisti. La ragione era un’altra, come accade sempre nei
terremoti umani che lasciano frantumi. L’estate del 1937 stava per finire e il
governo repubblicano voleva conquistare il borgo per impadronirsi di Saragozza,
capitale dell'Aragona, punto strategico per comunicare con il resto del
territorio. Le linee franchiste si trovavano ad un pugno di chilometri, pronte
a resistere all’attacco socialista.
La lunga resistenza salvò Saragozza, ma non Belchite,
distrutta dai repubblicani e, in seguito, insignita della più alta onorificenza
militare spagnola, la «Cruz Laureada de San Fernando». Il piccolo villaggio aveva
offerto i propri abitanti alla guerra per strappare alla morte la capitale
aragonese.
Nel riconoscimento attributo al paese, il generale Franco
definì Belchite «il baluardo che bloccò la furia rossa. Sui fronti di battaglia
e nella guerra a taluni tocca essere incudine e ad altri essere martello.
Belchite fu l´incudine, fu il ridotto che doveva resistere mentre si
sviluppavano le operazioni al Nord. Belchite - si legge ancora - offrì il petto
dei suoi figli affinché fosse possibile la vittoria. Dal sangue versato e dallo
sforzo eroico di uomini, donne e bambini scaturì la nostra vittoria».
Il Comune spagnolo venne ricostruito dal regime franchista,
ma non in loco. Accanto alle rovine sorse una cittadina con lo stesso nome, che
attualmente conta circa milleseicento abitanti. Il paese vecchio venne affidato
al tempo, ladro di giovinezza. L’arco de San Roque, le chiese di San Martin, San
Juan, San Augustin, il convento di San Rafael, la cappella di San Anton, case e
palazzi monchi sono testimoni della pazzia umana. Ruggine che divora inferriate,
ringhiere e la storia di chi non ha potuto guardare in faccia alla vita. Storie
fatte a pezzi dalla Storia e che non conserveranno mai nomi, se non nei racconti
dei familiari.
Oggi Belchite è molto gettonata dal punto di vista turistico
e mostra ai visitatori anche il suo volto notturno. Un recinto chiude le
macerie e si entra solamente con il biglietto e accompagnati dalla guida. Gli
edifici senza tetto lasciano spazio al cielo, unico abitante rimasto. L’unico a
poter lavare gli orrori umani quando il peso della memoria buca le nuvole.
Cliccare sulle immagini per ingrandirle.
Colonna sonora: Simon & Garfunkel, The sun is burning
giovedì 5 giugno 2014
La storia di Luan Hallulli, imprenditore albanese che ha fatto fortuna in Italia
«Altamura
è stata la mia rinascita. A quattordici anni consegnavo farina ai panificatori»
annamaria9683@libero.it
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| Luan Hallulli |
Luan
Hallulli è nato due volte. Il suo primo vagito appartiene all’Albania, il
secondo all’Italia. Aveva 14 anni quando è arrivato in Puglia, ritrovando
speranza e sorriso ad Altamura. Ora deve compierne 36. Vive con la moglie e le
due figlie in Abruzzo, a Pratola Peligna (Aq), dove ricopre la carica di
presidente dell’associazione italo-albanese. Gestisce un’impresa di costruzioni
che va a gonfie vele. E confessa di custodire un sogno nel cassetto: «Vorrei
rincontrare i tanti altamurani che sono stati al mio fianco per cinque lunghi
anni, permettendomi di rinascere. A questa città va il mio grazie».
Luan, quali ricordi hai della
tua infanzia?
Sono
nato in una famiglia di contadini, povera, ma di buon cuore. E in un paese
dell’Albania - Bago - che conta pochissimi abitanti. All’epoca c’era il regime
comunista di Enver Hoxha, che continuava a mietere vittime. Mio padre, Murat
Hallulli, mi raccomandava di stare sempre attento alle parole che pronunciavo.
Guardare programmi e canali televisivi di altre nazioni era proibito, dovevamo
farlo di notte. Per arrivare all’ospedale bisognava percorrere diversi
chilometri, così mia madre mi ha messo al mondo in una delle spiagge vicine a
Bago.
Quando hai deciso di tentare la
sorte in Italia?
Nel
1989, un deputato del Parlamento albanese disse pubblicamente che mancava persino
la farina per fare il pane. Cominciammo a cercare altrove ciò che non avevamo
più in patria. Venire in Italia, la terra della speranza, era il sogno di tutto
il nostro popolo. Io ci sono arrivato a luglio del 1992 con un gommone carico
di circa trenta persone. Avevo 14 anni e sentivo mescolarsi in me gioia e
timore. Siamo sbarcati ad Otranto, in Puglia. Corsa a Bari. Poi da Bari a
Pescara, in Abruzzo.
Avevi appena 14 anni e vagavi da
solo in un luogo sconosciuto. Cosa hai provato in quegli attimi?
Sceso
alla stazione di Pescara, non sapevo dove andare. Avevo visto la polizia e
tremavo per la paura. Mi incamminai senza una meta, fino a ritrovare di fronte
a me il mare. Era estate e notai delle sdraio, così approfittai per recuperare
due giorni di sonno perso. Fui svegliato dal rumore delle onde. Pensavo ad un
sogno e, invece, era tutto vero. Mi buttai in acqua per lavarmi e, poi, presi
la direzione della stazione. Dovevo raggiungere mio fratello a Popoli, in
provincia di Pescara. Non parlavo l’italiano e cercavo di far capire a gesti
dove dovevo andare. Stavo morendo di fame, non avevo mangiato niente ed erano
finiti i soldi. I pochissimi spiccioli che restavano, bastavano a malapena a pagare
il biglietto del treno. È stato molto bello rivedere mio fratello a Popoli dopo
il lungo viaggio, quasi non ci credevo. Sono rimasto qui per pochi mesi.
| Altamura (Ba) |
Poi cosa è successo?
Ero
troppo piccolo e sapevo già che trovare lavoro sarebbe stata un’impresa. Sono
partito per Torino, poi per Casale Monferrato. Anche lì la mia età non mi
permise di lavorare. Ma qualcuno disse che avrei potuto tentare in
Puglia, ad Altamura, in provincia di Bari. Qui viveva già da alcuni anni mio
cugino e il primo impiego arrivò subito. Presso il mulino «Moramarco».
Come si svolgevano le tue
giornate ad Altamura?
Consegnavo
sacchi di farina ai panificatori pugliesi. Sono rimasto ad Altamura per cinque anni,
dal 1992 al 1997. Per circa due anni ho lavorato sempre con la stessa persona
e, per altri due, mi sono occupato di cavalli in una masseria. Conosco
altamurani che hanno fatto tanto, non solo per me, ma anche per gli altri
immigrati. In particolare, ricordo Fabio Marroccoli della Polizia municipale, una
persona che non dimenticherò mai. Il mio pensiero corre anche a Leonardo
Ferrulli, a Luca Cagnazzi, alla famiglia di Michele Desimine e a tutte le
persone incontrate sul mio cammino. Non le ho più riviste, ma spero di poterle
riabbracciare presto.
giovedì 29 maggio 2014
Le parole, perle tra le dita della voce
di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it
Prendere la penna in mano e iniziare a scrivere le prime righe di un libro è già di per sé un viaggio. Si scrive per riflettere sulla propria vita, per capire quale direzione prendere, per sostare e ripartire o semplicemente per vendere. Spesso si scrive e basta, senza l'intenzione di pubblicare.
Penso che un libro «sano» sia figlio della necessità, di quell'urgenza impellente di riversare sulla pagina il mondo che un autore si porta dentro e che tenta di far vivere ogni giorno. Bisogno che bussa, che punge, reclamando ascolto. Altrimenti continuerà a bussare. E a pungere.
Oggi le passioni vengono ritenute fuori moda perché, il più delle volte, non portano utili e ricavi. Hanno il costo del sacrificio che sbatte contro la legge del profitto. Non ci è dato scegliere e, se possiamo farlo, dobbiamo essere pronti rischiare il tutto e per tutto. Qualcuno la carta vincente se la gioca, perché è vincente puntare su ciò che piace. Ma richiede coraggio.
Le pagine dell'eBook di Francesco Ventura «Leggere e parlare toccando mente e cuore» trasudano la ferrea volontà dell'autore di mettersi in gioco e, soprattutto, di mettere in gioco la propria voce. L'autore
pugliese - speaker pubblicitario 35enne (qui la sua voce) - al primo provino (era il 2004)
si vide rifilare una stroncatura che suonava come una condanna senza
appello: «La tua voce non è radiofonica, non può stare in onda». Scherzi della vita, a distanza
di dieci anni Francesco si è trovato a incidere uno spot proprio con
chi confezionò quel giudizio così poco lusinghiero (e così poco
profetico).
Lo speaker, nel suo libro, afferma che «l'emozione non conosce regole se si riesce a trovare dentro la musica giusta». La voce è metà bellezza ed è bellezza sconosciuta quella che si assapora leggendo sottovoce queste pagine.
Perché un libro sulla lettura espressiva? Perché le parole possono scorrere come «perle tra le dita», possono diventare gesto e il gesto emozione. Perché ci sono viaggi - i più sorprendenti, forse - che passano inosservati e che qualcuno vorrebbe farci notare. Quelli nelle nostre potenzialità, ad esempio.
Francesco Ventura, nell'eBook, spiega quanto sia importante non solamente il contenuto, ma anche la forma da dare ad un discorso. E non lo fa stilando un elenco di tecniche da imparare, ma mettendo al primo posto la musica delle parole. La voce parla la stessa melodia dell'interiorità, che non ha regole, proprio come le emozioni. Bisogna lasciarsi scivolare nella psicologia di chi ci sta di fronte o del personaggio del romanzo che stiamo leggendo per «umanizzare» il linguaggio. Dal detto affiora, così, anche il non detto.
annamaria9683@libero.it
Prendere la penna in mano e iniziare a scrivere le prime righe di un libro è già di per sé un viaggio. Si scrive per riflettere sulla propria vita, per capire quale direzione prendere, per sostare e ripartire o semplicemente per vendere. Spesso si scrive e basta, senza l'intenzione di pubblicare. Penso che un libro «sano» sia figlio della necessità, di quell'urgenza impellente di riversare sulla pagina il mondo che un autore si porta dentro e che tenta di far vivere ogni giorno. Bisogno che bussa, che punge, reclamando ascolto. Altrimenti continuerà a bussare. E a pungere.
Oggi le passioni vengono ritenute fuori moda perché, il più delle volte, non portano utili e ricavi. Hanno il costo del sacrificio che sbatte contro la legge del profitto. Non ci è dato scegliere e, se possiamo farlo, dobbiamo essere pronti rischiare il tutto e per tutto. Qualcuno la carta vincente se la gioca, perché è vincente puntare su ciò che piace. Ma richiede coraggio.
| Francesco Ventura |
Lo speaker, nel suo libro, afferma che «l'emozione non conosce regole se si riesce a trovare dentro la musica giusta». La voce è metà bellezza ed è bellezza sconosciuta quella che si assapora leggendo sottovoce queste pagine.
Perché un libro sulla lettura espressiva? Perché le parole possono scorrere come «perle tra le dita», possono diventare gesto e il gesto emozione. Perché ci sono viaggi - i più sorprendenti, forse - che passano inosservati e che qualcuno vorrebbe farci notare. Quelli nelle nostre potenzialità, ad esempio.
Francesco Ventura, nell'eBook, spiega quanto sia importante non solamente il contenuto, ma anche la forma da dare ad un discorso. E non lo fa stilando un elenco di tecniche da imparare, ma mettendo al primo posto la musica delle parole. La voce parla la stessa melodia dell'interiorità, che non ha regole, proprio come le emozioni. Bisogna lasciarsi scivolare nella psicologia di chi ci sta di fronte o del personaggio del romanzo che stiamo leggendo per «umanizzare» il linguaggio. Dal detto affiora, così, anche il non detto.
«Concentratevi sulla persona a cui parlate, su cosa volete
dirle, su cosa volete farle provare. Se dovete leggere un romanzo - sottolinea
l'autore - o una poesia, scivolate nella psicologia dei personaggi, fatevi
trasportare dai flutti delle loro angosce o delle loro speranze».
È sorprendente scoprire quante porte sconosciute si possano notare
attraverso gli occhi altrui. Ed è sorprendente incontrare qualcuno disposto a
fornire la chiave. L'eBook è corredato anche di 53 file audio, testimonianza
concreta di come la voce sia il ponte tra le emozioni e il cuore.
La voce dei booktrailer che Terre
Nomadi realizza è di Francesco Ventura.
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