Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l'uomo deve poter viaggiare (Tarkovskij).
500 ml di acqua 500 g di farina 2 cucchiai di olio extravergine di oliva un cucchiaino di sale 3 cucchiaini di lievito per dolci un litro di olio per friggere zucchero semolato
Come si fa
1. Setacciare la farina in una ciotola. In un
pentolino unire l'acqua, i due cucchiai di olio, il sale e il lievito per dolci.
Portare ad ebollizione e, una volta che si sarà formata la schiuma,
rimuovere dal fuoco e versare direttamente nella ciotola della farina.
Mescolare bene con un cucchiaio di legno finché si formerà un impasto
sodo.2. Riempire la siringa da churros con la pasta. Premere bene per eliminare l'aria in eccesso. 3. Riscaldare un litro di olio d'oliva in una
padella. Creare con la siriga dei bastoncini di pasta di 15-20
centimetri di lunghezza e friggerli nell'olio bollente. Non riempire troppo la
padella, piuttosto friggere i bastoncini in diverse tornate.
4. Rimuovere i churros dall'olio bollente
quando saranno dorati e metterli a scolare su della carta da cucina.
Trasferirli su un piatto da portata e spoverrizzarli con lo zucchero.
Servire con il caffè o la cioccolata calda.
Meta privilegiata di
migliaia turisti, set cinematografico di numerosi film, l’arcipelago delle
Eolie rappresenta, per l’uomo moderno, la possibilità di estraniarsi dal mondo
per viverlo in una dimensione irreale.
Stromboli è rossa
come i lapilli. Panarea è bianca come le case. Filicudi è blu come il mare che
la circonda. Salina è verde come i vigneti. Vulcano è gialla come lo zolfo.
Lipari è nera come l’ossidiana. Alicudi è marrone come i suoi muli.
Rileggo l’indice per
cercare, in quei colori, le sfumature sbiadite dai mesi trascorsi. E torno
indietro nel tempo, ad alcuni anni fa, quando il mare mi ha portata, per un
giorno, fuori dal mondo. Le parole dipingono immagini fotografiche. Svegliano
flash assopiti nei ricordi. Non credevo di rivederle nelle pagine di un libro. È la magia della scrittura, capace di
trasportare innumerevoli passeggeri da un capo all’altro del mondo. Il viaggio
costa pazienza, attenzione, immedesimazione. Pochi attimi e ti ritrovi lì,
circondata da una distesa azzurra e cristallina, a decidere quale dei sette
luoghi dello spirito visitare per primo.
Sono le isole Eolie
raccontate da Francesco Longo nel suo libro Il mare di pietra. Una dichiarazione
d’amore verso le gemme del Tirreno. Vive nel respiro marino che
instancabilmente le culla. D’estate, quando la voce corale dei turisti rende il
paesaggio giovane, vivace e dinamico. D’inverno, quando il silenzio di una
temporanea solitudine restituisce a questi luoghi il battito regolare di un
cuore adulto.
Se mai
decideste di visitarle, uscite di casa all'alba e tornate in piena notte,
percorretele tutto il giorno a piedi, senza fermarvi. Passate una notte
all'aperto. E soprattutto cambiate isola di continuo, spostatevi quanto più
potete. Perchè le Eolie sono sette e per sentire il loro racconto completo
bisogna visitarle tutte e tornare e ritornare anche dove si è già stati.
Un invito, quello di
Longo, che può essere interpretato anche come sfida e scommessa. Ritornare nei
luoghi già visitati e riuscire a stupirsi ancora non è semplice per chi si
ferma a ciò che appare immediato e visibile. Il segreto non è andare lontano.
Il segreto è solamente andare oltre.
Orazio la definì «sospesa su una rupe battuta dalle onde del
mare». Si tratta di Egnazia, antica città scomparsa le cui tracce sono
visibili nei pressi di Fasano (Br). Il poeta latino, durante un viaggio da Roma
a Brindisi compiuto nel 38 a.
C., ebbe modo di ammirare quello che doveva apparire un centro molto vivace e
dedito principalmente al commercio.
Mi ritrovo per caso davanti al cancello del parco archeologico, una finestra spalancata sul mare Adriatico. Varcare quella soglia
significa concedersi al passato senza, però, tradire il presente. La misteriosa
atmosfera che avvolge il luogo sembra aver dimenticato le fattezze del tempo.
Resta lì, immobile, fondendosi con l’aria salmastra e fresca della sera.
Tralascio la mia prima destinazione e decido di compiere un viaggio sui
sentieri dell’Atlantide pugliese.
È semplice perdere la cognizione del tempo qui. Lo sguardo
viene subito rapito dall’immensa distesa di ruderi lasciati da chi, questa
città, l’ha vista nascere e crescere. La guida mi consiglia di visitare prima
il parco archeologico, poi il museo, dove sono conservate le testimonianze
storiche di Egnazia. Seguo il suggerimento e mi incammino verso la città romana. Sembra scolpita nella pietra. Cerco avidamente le informazioni
trascritte sui pannelli sparsi nell’area. I romani occuparono il luogo a
partire dal III secolo a.C. Gli scavi, cominciati nel 1912, hanno portato alla luce solamente una parte dei preziosi resti
sepolti. Non mancano all’appello quelli della basilica civile con l'aula delle tre Grazie, del sacello delle divinità orientali, dell'anfiteatro, del foro.
I romani dovevano essere abbastanza socievoli, dal momento
che le abitazioni appaiono addossate le une alle altre. A testimoniarlo sono le
fondamenta. Mi diverto a cercare fra le rovine ciò che leggo sui pannelli
informativi. Intravedo parte della via Traiana, il criptoportico e due
basiliche paleocristiane, originariamente con pavimento a mosaico.
Egnazia, in realtà, racconta la sua storia sin dal XV secolo
a. C., quando ospitava un villaggio di capanne. Nell’XI a.C. fu la volta degli
Iàpigi, popolazioni provenienti dall’area balcanica, che, nell’VIII a.C.,
cedettero il posto ai Messapi. Messapica, infatti, è la misteriosa e insolita
necropoli presente nel parco archeologico. Tombe a fossa e a semicamera si
alternano a tombe a camera decorate con affascinanti affreschi. Ne visito una
trattenendo il respiro. Alcune assumono l’aspetto di piccole vasche. La pioggia della
mattinata suggerisce questa idea.
Il museo si rivela un contenitore di particolari. Nelle
stanze dell’edificio sono conservati arredi funebri e testimonianze rinvenute
durante gli scavi. Ad accogliere i visitatori, una mostra dedicata all’età del bronzo, itinerario scandito dagli abitati della costa adriatica pugliese nel II
millennio a.C.
Il mio viaggio si conclude davanti al cancello del parco archeologico. Varcare quella soglia significa concedersi al presente senza,
però, tradire il passato.