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giovedì 15 maggio 2014

Donne senza veli, in viaggio oltre il divieto

di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

Donne senza veli. 

Nel mondo occidentale sono pane quotidiano per i giornali di gossip, alla ricerca di nudità che fanno vendere. E il corpo diventa una bancarella alla mercé di tutti, che offre a saldo la dignità umana. Libertà negata dai lacci delle apparenze, stretti attorno al vuoto.

Nel mondo orientale sono madri, mogli, nonne e adolescenti pronte a strappare qualche diritto in più dalle mani di chi decide per loro. Costrette ad indossare l'hijab, imposto dopo la rivoluzione islamica del 1979, le donne iraniane scoprono capo e volto rischiando frustate e prigione. Lo fanno su facebook, dove stanno pubblicando decine e decine di fotografie che le ritraggono senza il velo.



 
Non c'è divieto che tenga di fronte al sapore della libertà riconquistata, anche se per il tempo di uno scatto. Una libertà illusoria, perché l'obbligo di mostrare in pubblico solamente gli occhi resta. Ma resta anche la carica «rivoluzionaria» di questa iniziativa, lanciata dalla giornalista Masih Alinejad e che ha raccolto 200mila adesioni in pochi giorni.


Iraniane che aprono le braccia al sole e al cielo, scoprendo capelli e sorrisi. Qualcuna ha la sigaretta in mano, qualcun'altra pedala serena sulla sua bicicletta o passeggia in un campo di fiori lasciando scivolare nel vento l'hijab. C'è chi dipinge e chi indossa un cappello di paglia di fronte al mare.

Donne comuni che vogliono comunicare la loro esistenza e il loro diritto di esistere. Senza velo. A dispetto di chi cerca di renderle invisibili con la legge e in nome della religione. È il Corano, infatti, che viene chiamato in causa quando, nella sura XXIV, si sostiene la necessità di nascondere le bellezze femminili.

E di' alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d'un velo e non mostrino le loro parti belle ad altri che ai loro mariti o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle loro donne, o alle loro schiave, o ai loro servi maschi privi di genitali, o ai fanciulli che non notano le nudità delle donne, e non battano assieme i piedi sì da mostrare le loro bellezze nascoste.

Ma gli obblighi degli ayatollah, questa volta, vengono furtivamente infranti. Le donne senza velo, spesso considerate «di facili costumi» perché rinunciano al drappo che le soffoca, si riprendono il diritto alla libertà. E il dovere di combattere per conservarlo.

 Qui la pagina facebook 

آزادی های یواشکی زنان در ایران 

(Libertà furtive delle donne iraniane)

 

Le immagini pubblicate mostrano donne iraniane che hanno aderito all'iniziativa.













giovedì 14 marzo 2013

Le rose e il chador

di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

Spesso le ultime pagine di un libro rappresentano il saluto prima della partenza. Si torna indietro con sensazioni ed emozioni impresse sulla pelle, quasi siano state vissute in maniera diretta. Il distacco diventa nostalgia per una storia condivisa, fatta di incontri mai avvenuti, ma realmente assaporati da chi ne ha scritto. Le parole scorrono come treni su rotaie che attraversano il mondo. L’odore della carta stampata si mescola con i profumi ed i sapori di paesi sconosciuti, scrigni di immagini da rapire con l’inchiostro. Le prime pagine sono il biglietto aereo di ogni lettore. Un viaggio che ha nell’ignoto il suo fascino più grande perché è nell’ignoto che nasce la curiosità di osservare, di capire e di scoprire. Nessun lettore sa come andrà a finire la storia, ma se ne appassiona facendola propria. E quando arriva alla fine, sente che quella storia gli mancherà perché l’ha vissuta fino in fondo. Grazie all’autore.

Un paese estraneo, difficile, può diventare familiare non solamente a chi lo visita, ma anche a chi lo legge. Durante l’estate del 2008, Barbara Nepitelli e Cesarina Trillini si mettono in viaggio verso l’Iran. Barbara raggiunge Cesarina una settimana dopo. L’esperienza delle due giornaliste parlamentari, lunga circa settemila chilometri, è la testimonianza di come un territorio assuma nuova luce agli occhi di chi lo vive in prima persona. Per conoscere occorre guardare e ascoltare. Le due donne notano subito la disponibilità e l’ospitalità della gente del posto. Frequenti gli incontri con quelli che chiamano «angeli custodi», persone pronte ad aiutarle nei diversi itinerari senza chiedere nulla in cambio.

Prima tappa del percorso, durato circa un mese ed affrontato per lo più su mezzi pubblici come autobus e taxi collettivi, è Teheran. Città del traffico, del bazar, del palazzo del Golestan, di piazza Khomeini e Azadì. Sarà l’ultima «fermata» prima del ritorno in Italia. Barbara e Cesarina, come tutte le altre donne iraniane, indossano il velo. Dopo Teheran è la volta di Quazvin, base di partenza per la leggendaria Valle degli Assassini, sulle orme di Freya Madeleine Stark e fra strade che si perdono nelle montagne. Poi il curioso bazar di Kashan, dove il pane si cuoce su sassolini che rimangono attaccati alla crosta. Qui è famosa l’acqua di rose, da bere ghiacciata, da usare in cucina e per l’igiene personale. Rose che adornano anche gli scialli delle donne del villaggio di Abyaneh. Rose simbolo di Shiraz, la città dei poeti.

Tra le difficoltà incontrate durante il viaggio, la barriera della lingua, superata dal linguaggio dei gesti e dei sorrisi, accompagnato da qualche rara parola in farsi. Ne Le rose e il chador, le due giornaliste raccontano la loro esperienza, cercando di indovinare i segreti di quella terra attraverso le espressioni di uomini e donne del posto. Un mondo ancora rigorosamente diviso fra maschile e femminile. Dove un ragazzo ed una ragazza che si piacciono possono comunicare solo attraverso messaggi scambiati con il telefonino.

Nelle pagine del libro quasi si avvertono i passi delle due scrittrici fra le strade di Esfahan, dove c’è la palestra segreta delle donne, bisognose di confessare al medico la difficoltà di conciliare i due volti della quotidianità iraniana, il dentro e il fuori. E sembra quasi di sentire il profumo del fesenjun, un piatto tipico fatto di salsa di noci e succo di melograno con piccole polpette di carne. Il tutto accompagnato naturalmente dal riso, immancabile, come il tè, sulle tavole del posto. L’inquietudine suscitata da Yazd, la città dal doppio volto, dove le due giornaliste scoprono che gli uomini non possono portare la cravatta perché simbolo dello stile di vita occidentale.

Sono solo alcuni dei tanti particolari racchiusi nel libro, pubblicato, insieme a trentadue scatti fotografici, a conclusione di un viaggio, ma non di un’esperienza. Questa, come affermano le autrici, sarebbe continuata nei contatti e nella scrittura.

Colonna sonora: Lindsey Stirling, Song of the caged bird