Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l'uomo deve poter viaggiare (Tarkovskij).
Mi
porto a pochi chilometri, presso l’oratorio di Santa Maria delle Grazie, il luogo
dove trovò compimento l’insegnamento benedettino ora et labora e che fu a corredo della crescita e dello sviluppo della scuola. L’aspetto esterno del fabbricato è semplice, umile e ricco nella sua
nudità. Muovo dei passi lenti sperando di nutrire il pensiero di alcune tracce
di sapienza. Non vedo alcun frate e la chiesetta è chiusa. Capisco che
anche qui l’aratro del tempo ha scavato un solco profondo tra la terra e il
cielo. Cerco di avere qualche notizia e raccolgo la storia curiosa della
presenza di due Madonne.
Risalgono alla decisione dei signori del paese di sostituire
la statua della Madonna delle Grazie, logora e vecchia, con una nuova. Nel
giorno della festa ci fu una tempesta di vento e grandine che distrusse l'intero raccolto. L’offesa alla Madonna aveva
portato a considerare questo evento calamitoso come una punizione e, quindi, i
contadini decisero di tenere per sé la vecchia statua e di lasciare ai signori la
nuova.
Conquesta carezza della storia umana, vado a recuperare il ricordo di un giorno
indimenticabile. Eravamo nel vigneto della scuola. Tra il vociare dei compagni di
classe e l’ululato del vento, prestai lo sguardo ed i pensieri al monastero
e ai monti del Gran Sasso piuttosto
che alla lezione del professore, intento a spiegare la potatura della vite a
Guyot. Separato dal mondo, mi unii al cielo per vivere come un’onda o una foglia,
libero e leggero. Ed oggi, come allora, sento pulsare nel mio cuore lo stesso
soffio di libertà e di leggerezza. E leggero si fa il mio corpo come la mia
anima. E gli occhi corrono a mirare l’orizzonte, fin sulla cima dei monti, dove
si liberano di quel che è personale, diventando stelle che osservano la
terra e il luogo dove maturò, nelle cure di precettori e domestici, una società
sana e fertile in un’epoca povera di beni, ma ricca di fede. In una povertà dove
tutto era prezioso, il pane e pomodoro, l’acqua fresca della fontana, il
cappotto del fratello grande passato al piccolo, la bicicletta arrugginita
riparata mille volte, la sdrucita borsa della scuola degli anni precedenti, il
calore della casa, della famiglia numerosa, con la nonna che regalava solo
tenerezze.
Spoglio della veste mondana,
mi avvicino in silenzio a quello spazio riempito dal cielo, dove riposano
coloro che hanno dedicato la loro vita a diverse generazioni. In quello spazio
dove tutto ciò che siamo non si perde nell’imbuto del tempo e dove ogni volto
non viene inabissato nel nulla o nel niente, ma ricorda sempre la presenza ed
il passaggio. Con le ali del mio spirito, salgo fino a loro per cogliere amore puro. Qui la vita ha
ripreso ad abitare perché vi è sempre stata.
Riprendo
la strada del ritorno e le due tortore non ci sono. Hanno portato altrove i ricordi, lasciando minuscoli granelli di felicità, nutrimento dei giorni della passata giovinezza e alimento odierno del cuore e degli occhi della mia anima. Li hanno portati altrove per ammirare le bellezze del
creato, per continuare a respirare la stessa aria, la stessa storia, la stessa
magia, le stesse emozioni racchiuse in quella stradina tra le due torri del
paese. Un paese che non dimentichi perché ancora ti appartiene, sempre
vicino nella sua lontananza, perché lo ami, lo sogni e lo insegui. Un paese che
ti resta per sempre perché custodisce, come in una cassaforte, le perle più
preziose della tua vita e che coltivi dentro di te.
Nino Carrabba
Non
sono il sognatore nostalgico di passati conclusi, andati per sempre, temporis acti, ma il
cacciatore di ombre sulle mura di una scuola sempre viva e senza riposo. Non
sono l’ultimo romantico in cerca di ricordi seminati nei campi delle contrade,
sui banchi delle aule, negli angoli delle strade, sui monti incappucciati... e
nemmeno l’esploratore solitario di sogni perduti o d’amori spesi e ricevuti. Neppure il ricercatore di tracce nascoste, ma il custode di un
patrimonio di valori, di ideali, di memorie sensibili e condivise che ci
costituiscono al mondo. Ed ancora, il collezionista di storia educativa, di
quella storia che costruì uomini con passione, con ardore, con batticuore e
con una stessa comunione di intenti e di principi. A significare
che la vita non va solo pienamente vissuta, ma anche dedicata.
A Itaca si torna per ripartire.
Colonna sonora: David Garrett, November rain (Guns N' Roses)
Alzo lo sguardo e noto la finestra della camerata dalla
quale, nelle sere primaverili, al bisbiglio della natura, vedevo il mondo
intero su schermo tridimensionale e in cinemascope. Dal passante solitario e
dall’ultimo uccello vagante agli astri che andavano a bere alla luna sopra un
letto di alberi addormentati fra i monti dell’Appenino. E, poi, i desideri e le
aspirazioni in quella solitudine che mi faceva sentire fratello minore delle
stelle, con la notte che chiamava per raccontare la vita assai più del giorno.
Mi spingo a rivedere il giardino botanico retrostante
l’edificio. Qui ci si allontanava da regole e da norme e si entrava in simbiosi
con il silenzioso destino della natura, che obbediva ai ritmi delle stagioni
per far vivere a noi studenti le forme d’amore inscritte nei suoi disegni.
Colgo ancora la bellezza della lunga fila di alberi di pino sulla scarpata. Ombra, freschezza ed ospitalità data ai nostri sogni e alle nostre
illusioni. Con la striscia d’azzurro oltre il bianco dei panni distesi della
casa di fronte, che faceva da cornice a quell’angolo di paese. Poco distante,
verso l’uscita, ancora semplice nella sua veste, la piccola vasca d’acqua, il
mare nostrum, recipiente della vita, dove tutto perdeva peso, valore e
significato, e dove la solitudine galleggiava dolcemente. L’ultima attenzione
cade sui vecchi attrezzi agricoli sistemati nelle aiuole, e una strana gioia
interiore mi prende. Non capisco se per i disegni che ancora conservo, eseguiti
con inchiostro di china, o per il fascino di un mondo antico, ricco di storia e
di emozioni, in una scuola ricca di noi.
Mi avvio a percorrere
le strade del paese, dove l’ombra di un passato vissuto con tanti compagni di
scuola è ancora in ogni angolo. Le persone del posto continuano a riconoscermi
e a vedermi come uno di loro, continuano a salutare col sorriso sulle labbra,
a farmi sentire figlio in una terra ancora ricca di nobili sentimenti. Mi fanno
capire ulteriormente che il passato coabita col presente e che la vita continua
ad esistere con egual meraviglia.
Sfioro il torrione medievale della cinta muraria ed incrocio
quasi subito la stradina su cui un giorno la sorte mi fece incontrare l'angelo
che fecondò il pensiero più scintillante, più denso e più vivo della mia vita.
Vado avanti per istinto e, come per incanto, dopo pochi metri, mi appare la
torre di città, ordinata e delicata, sentinella del Comune e faro di raccolta
degli alpini innamorati dei monti lontani. Sono sotto la sua ombra e di fronte
vedo la piazza. È
ancora lì, diletta e schietta, a raccontare la giovinezza, gli
incontri festosi della domenica, le risate a crepapelle, le sigarette sempre
accese, il jukebox del bar a tutto volume, lo «struscio» delle ragazze con il vestito nuovo, i coni di
gelato da venti lire, le nocelle e le castagne del monaco con i bicchieri di
birra sempre pieni di vita. Una vita riflessa perché ricca di amicizia vera,
fondata sul rispetto, su un volersi bene all’insaputa, con atti spontanei e
naturali.
Sulla scia luminosa di questi ricordi, mi dirigo verso il
balcone del paese accanto alla chiesa. Seduto sul muretto con i piedi
penzoloni, rivedo incantato la bella cartolina illustrata di un paesaggio
familiare, dove un tempo depositavo i miei gioielli immateriali, mentre la
musica di una radio che proveniva dal borgo medievale mi faceva sognare
l’America con la voce di Elvis Presley. Tutto ciò riscalda e riempie il
presente.