sabato 19 luglio 2014

Road movie: Tracks - Attraverso il deserto

di Miriam Pallotta
miriam_pallotta@libero.it



Robyn Davidson ha venticinque anni e in mente un folle progetto: attraversare a piedi il deserto australiano. Dopo un paio di anni di preparazione, passati ad addestrare cammelli e a indurire i suoi piedi, Robyin deve superare l'ultimo ostacolo che la separa dalla sua meta: i soldi.


La rivista National Geographic decide di sponsorizzarla a patto che lei incontri periodicamente il fotografo Rick Smolan, che documenterà tutta l'impresa.




 Nel 1977, con la sola compagnia di quattro cammelli e del suo cane Diggity, da Alice Springs camminerà in solitudine per quasi tremila chilometri, fino a raggiungere l'Oceano Indiano.


Il motivo che spinge la giovane a intraprendere quest'avventura rimane vago per l'intera durata del film. Sotto il sole cocente australiano, tra l'immensità e maestosità del deserto, si scorgono come un miraggio sprazzi del passato della «donna dei cammelli»: la madre suicida e il padre amante della solitudine.



Il film è tratto dalla vera storia di Robyn Davidson e presentato alla settantesima edizione della mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.



L'attrice Mia Wasikowska e la vera Robyn Davidson







Le immagini della rivista National Geographic che ritraggono il viaggio di Robyn Davidson nel 1977.

Regia: John Curran
Sceneggiatura: Marion Nelson
Produttore: Iain Canning, Emile Sherman
Paese di produzione: Australia
Anno di uscita in Italia: 2014

Interpreti

Mia Wasikowska: Robyn Davidson
Adam Driver: Rick Smolan
Emma Booth: Marg
Jessica Tovery: Jenny
Melanie Zanetti: Annie
Rainer Bock: Kurt Posel
Robert Coleby: Pop
John Flaus: Sallay 




giovedì 17 luglio 2014

Dall'Olanda alla Puglia in bicicletta a due giorni dalla partenza

L'altamurano Antonio Denora racconta della sua iniziativa a Terre Nomadi

di Anna Maria Colonna
terrenomadi@gmail.com

La grinta fa da clessidra e scandisce i dettagli del viaggio. Inizia il conto alla rovescia per Antonio Denora, altamurano che per i suoi quarant'anni - compiuti il 21 giugno - ha deciso di concedersi un regalo davvero insolito. Zaino in spalla, cartina alla mano, partirà dai Paesi Bassi per raggiungere la Puglia in bicicletta. Non sarà certo una passeggiata pedalare per quasi tremila chilometri, ma il giovane biker sa bene che fatica e difficoltà verranno ricompensate da un'esperienza indimenticabile.

Nato e cresciuto ad Altamura, laureato in economia, Antonio nel 2010 ha deciso di trasferirsi a Leiden, tra Amsterdam e Rotterdam, in Olanda. Qui vive con la sua ragazza, olandese, e lavora in ambito contabile per una multinazionale. Proprio da Leiden partirà sabato mattina in solitaria per un'avventura a cui ha dato il nome di All the roads lead to Puglia

Tutte le stade portano in Puglia, per Antonio, che non abbandona mai «la positiva speranza di ritrovare una relocation futura» nella sua regione natale.

«Il percorso - spiega - presenterà maggiori difficoltà nell'attraversamento delle Alpi, che mi porteranno dalla Svizzera in territorio italiano. Il tragitto previsto mette insieme due itinerari indicati dagli autori olandesi Hans e Paul Reitsma. Devo ringraziare in particolare Hans, che ha saputo darmi tanti suggerimenti utili a facilitare la traversata, soprattutto nel tratto da Roma ad Altamura, il più complicato in quanto non molto bike friendly».

Antonio Denora con la sua bicicletta
Mappe, k-way, tenda, sacco a pelo, kit di riparazione e abbigliamento da bici saranno i suoi fedeli compagni di viaggio attraverso Olanda, Germania, Svizzera e Italia. Da programma, l'avventura dovrebbe durare tre settimane, ma per Antonio «questa non è una deadline rigorosa da rispettare. Pernotterò - aggiunge - preferibilmente in tenda o da amici, parenti, sedi di gruppi speleologici e da quanti, di buona volontà, incontrerò lungo la strada. Non escludo il couchsurfing». 

Un'idea, quella del viaggio in pedalata, che il giovane altamurano definisce ironicamente «folle». Follia a fin di bene perché dimostra «che in bicicletta si può arrivare ovunque. Devo ammettere - spiega ancora Antonio - che un po' di preparazione è necessaria. Infatti io percorro quotidianamente cinquanta chilometri per coprire la tratta casa-ufficio-casa. Un bel giorno, guardando il contachilometri, mi sono reso conto di averne percorsi più di quattromila. Sorridendo ho pensato che il numero corrispondeva alla distanza da coprire in bici per andare in Puglia e per tornare in Olanda».

Un altro importante input per affrontare l'impresa Antonio lo ha ricevuto dagli antichi romani. «I romani - sottolinea - costruirono a Leiden un castrum a difesa delle loro conquiste. Era conosciuto con il nome di Matilo e oggi ci sono ancora i resti, trasformati in un parco archeologico. I romani, seguendo il corso del fiume Reno, sono arrivati fino a Leiden già 2000 anni fa. Perchè non ripercorrere lo stesso itinerario per raggiungere Roma, poi la Puglia seguendo l'antica via Appia?».

Durante l'itinerario, Antonio raccoglierà anche dei fondi da donare a Save the children per sostenere i paesi africani. «Magari - anticipa progetti futuri?! - l'Africa potrebbe essere un'altra meta da raggiungere. Non importa quanto verrà raccolto, anche solo 100 euro rappresentano qualcosa in più per loro».

Lo staff di Terre Nomadi augura ad Antonio buon viaggio. Siamo convinti che la sua «folle idea» sia una scelta coraggiosa di vivere i luoghi «dal di dentro», in maniera alternativa, ecologica e solidale.




mercoledì 9 luglio 2014

Giappone, la mattanza dei delfini

di Anna Maria Colonna
terrenomadi@gmail.com

C'è un posto nel mondo in cui i delfini non trovano pace. La baia di Taiji - cittadina del distretto di Higashimuro, in Giappone - da settembre a marzo si macchia di rosso. Il sangue dei cetacei divora l'acqua salata, incapace per giorni di lavare l'immagine dello strazio.

Interi branchi vengono pescati o uccisi per la loro carne - una prelibatezza nella zona  - e per la vendita agli acquari. Mentre milioni di turisti continuano a visitare i sedici siti giapponesi patrimonio dell'umanità, Akihabara e Tokyo Disneyland, i pescatori di Taiji aspettano i cetacei lungo le loro rotte migratorie, al largo della baia. 

Dalle barche mettono nell'acqua lunghi pali con una flangia sulla cima. Vi battono su dei martelli, creando una sorta di barriera del suono che terrorizza i delfini, animali dall'udito molto sensibile. In questo modo li spingono verso la riva. Ne arrivano a centinaia, sconvolti e storditi. I pescatori chiudono le reti per non farli scappare e se ne tornano tranquillamente a casa. 

La mattina dopo, gli addestratori sono già in fila sulla spiaggia per scegliere i delfini da portare nei loro delfinai e nei parchi acquatici. In ogni parte del mondo. Il museo delle balene di Taiji prende accordi, i pescatori e la città si spartiscono i profitti della principale attività economica del posto.


Chiunque può essere spettatore della cattura. Ma esiste un angolo nascosto dove i delfini scartati vengono massacrati e venduti come cibo. A Taiji un turista va al museo delle balene, assiste allo spettacolo dei delfini e li mangia. In loco, infatti, si distribuiscono tranci di cetaceo. In Italia la caccia del delfino è proibita, insieme al suo consumo. In passato veniva mangiato in Liguria e in Sardegna, con un piatto tipico chiamato musciamme.

A mostrare in dettaglio la pratica disumana che indisturbatamente si rinnova ogni anno c'è il film statunitense The Cove, girato in segreto nella baia e diretto da Louie Psihoyos. Il 7 marzo 2010 il video ha vinto l'Oscar come miglior documentario. In Giappone è stato censurato.

Qui altre testimonianze fotografiche e la storia della battaglia condotta da Sea Shepherd.

The Cove, il trailer





giovedì 3 luglio 2014

La strada sbagliata

di Anna Maria Colonna
terrenomadi@gmail.com


Peter Moore
Si definisce «un vagabondo abbastanza fortunato da riuscire a sostenere con la scrittura la sua insaziabile voglia di viaggi». Il giornalista australiano Peter Moore di strada ne ha già fatta tanta. L’amore folle per viaggi e scrittura può essere curato in un solo modo. Prendendo lo zaino e mettendosi in cammino. Anche quando le tasche sono vuote. Come? Moore lo spiega nel suo libro La strada sbagliata.



Partenza, Londra. Destinazione, Sidney. Ma senza mai salire su un aereo. Percorrere distanze significa semplicemente riempirle. Oppure trasformare l’itinerario intrapreso in una curiosa e divertente avventura. Lo scrittore australiano decide di tornare a casa via terra. Una scelta obbligata, dal momento che non ha abbastanza soldi per «volare». Attraversa Europa, Medio Oriente e Asia. Incrocia volti e tradizioni differenti, si imbatte in situazioni inaspettate e, a volte, anche inquietanti. Con distanze così lunghe è facile sbagliare strada. Ma le difficoltà vengono ricompensate dall’esperienza affrontata. «Se non fossi stato senza il becco di un quattrino - scrive Moore nel suo romanzo on the road - sono sicuro che mi sarei voltato, pronto a ripartire in quel preciso istante».



Lo scrittore viaggia in autobus da Londra a Praga, poi prosegue in treno verso Budapest e, con una svolta improvvisa e irrazionale, si dirige verso la ex Jugoslavia e l’Albania. In otto mesi attraversa Iran, Afghanistan, India e Thailandia. Approda a Singapore e arriva, infine, nella sua terra natia, l’Australia.



In fondo, solo così Moore può osservare per scrivere. Il suo viaggio si sarebbe ridotto ad una manciata di ore da trascorrere in aereo. E, invece, è diventato itinerario di scoperta. Curiosa e non proprio rosea la descrizione che il giornalista fa dei turisti italiani. «Altrettanto numerosi, passavano urlando e discutendo in modo concitato come se Praga fosse il loro manicomio privato. Se c’è una cosa che ho imparato durante i miei viaggi è questa: non puoi portare gli italiani da nessuna parte. Sul ponte Carlo, uno di loro si mise disteso per fare una fotografia e nel giro di un minuto tutti lo imitarono. Fuori dalla basilica di San Giorgio, improvvisarono una partita di pallavolo. Al castello, un gruppo di turisti italiani oltrepassò le transenne che trattenevano la folla per andare a vedere il cambio della guardia. Avanzavano allegramente, sorridendo e salutando, convinti che la folla si fosse radunata per loro. Ma la cosa che più mi fa innervosire è che fanno tutte queste cose con stile».

Definito dal Sydney Morning Herald il Jim Carrey della narrativa di viaggio australiana, Peter Moore parte da una convinzione. «Sono geloso degli hippies: gli hippies - scrive - hanno avuto il meglio in fatto di musica, di droghe e di sesso, ma, soprattutto, hanno avuto il meglio in fatto di viaggi». E aggiunge: «Chiedete a qualsiasi hippy stagionato e vi diranno che il viaggio più bello fu quello via terra da Londra all’Oriente, intorno al 1967. Potevi prendere con te una ragazza – diavolo, potevi prendertene anche due o tre, se ti andava – e partire per una lunga, tranquilla odissea in India, Nepal e Thailandia e in altri posti che la gente aveva visto solo su National Geographic. Quasi trent’anni dopo, volevo vedere se quel viaggio era ancora fattibile. Avrei lasciato il mio lavoro di copywriter in un’agenzia di pubblicità e accantonato per un po’ i miei impegni. La scelta di tornare a casa via terra era un modo per sballarmi e arricchire la mia vita».