Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l'uomo deve poter viaggiare (Tarkovskij).
150 g di riso (o di farina di riso)
5 capsule cardamomo
3 cucchiai di zucchero
1 manciata pistacchi (o di mandorle)
Come si fa
1. Macinare il riso con il macinino del caffè o usare la farina di riso già pronta.
2. In una pentola, versare il latte, aspettare che bollisca, poi aggiungere il riso, mescolando bene con l'apposita frusta.
3. Cuocere per 25 minuti a fuoco lento e, a fine cottura, unire lo zucchero e il cardamomo, utilizzando i piccoli semi dell'interno, anch'essi macinati.
4. Amalgamare tutto con cura.
5. Versare la crema di riso in coppette individuali e lasciare raffreddare a temperatura ambiente.
6. Prima di portare il dessert in tavola, guarnire le coppette con mandorle o pistacchi finemente tritati.
Ha immortalato di tutto. Dal food all’abbigliamento, dai
paesaggi ai frigoriferi, dalle calzature ai volti umani. Maurizio Anselmi, 56
anni, nativo di Teramo, si è avvicinato all’arte dell’immagine negli anni del
liceo artistico. «Per compensare - dice ironicamente - doti che non avevo in
disegno».
Ritrattista ed esperto fotografo del settore moda, ha concentrato la sua
passione sulla ricerca antropologica. Continua a ritrarre persone negli
ambienti che quotidianamente vivono. Un vero e proprio viaggio di scoperta di
luoghi, culture e tradizioni differenti. Sin dai suoi scatti in Afghanistan. Terre
Nomadi lo ha intervistato.
Maurizio, la fotografia può dire al pari della scrittura?
Sono linguaggi e strumenti totalmente differenti, utilizzati
entrambi per descrivere e raccontare. Paragono la fotografia ad una penna, ad
una macchina da scrivere o ad un computer. La funzione cambia in base al modo
con cui la si usa. Può comunicare, creare, emozionare.
Maurizio Anselmi
Attualmente vivi in Abruzzo. È nata tra i paesaggi montani
la tua passione per la fotografia?
Non proprio. Per dieci anni mi sono spostato tra Roma,
Milano e Bologna. In quest’ultima città ho conseguito il diploma Dams con una
tesi sull’uso della fotografia nella ricerca antropologica. Già da allora la
fotografia viaggiava con me. Pensavo - e penso ancora - al suo linguaggio come ad
un mezzo per conoscere altre culture e mondi inesplorati.
I soggetti diventano paesaggi. Quali sono i tuoi soggetti e,
dunque, i tuoi paesaggi prediletti?
Negli ultimi dieci anni mi sono riavvicinato molto alla mia
terra. Ho collaborato con il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga,
diventandone il fotografo ufficiale. Avevo la possibilità di spostarmi in un’area
protetta e fortemente antropizzata, con una costante presenza umana, fatta di
pastori, di contadini, di imprenditori del settore della lana. Ho accolto e
raccolto un grosso bagaglio di conoscenze sull’Abruzzo e anche un consistente
archivio fotografico. Da questa esperienza è nata l’esigenza di approfondire un
po’ di più il territorio, non tanto come cartolina, ma come paesaggio vissuto. Ho
concentrato l’attenzione più sulle persone che sui panorami. In fondo, persone
e territorio non vanno mai separati. Si è fatta insistente l’idea di
fotografarle nel loro ambiente. Ad esempio i pastori accanto agli armenti, nei
paesaggi che quotidianamente vivono.
L’emozione della fotografia racchiude un po’ l’emozione del
viaggio...
Direi che un fotografo è anche un viaggiatore ed io ho girovagato
tanto. A 19 anni sono stato in Afghanistan. Partii da Teramo nella seconda metà
degli anni Settanta. Attraversai tutta la Turchia e l’Iran. Volevo arrivare in
India, poi tornai indietro perché i tempi previsti si erano allungati. Portai
con me la mia prima macchina fotografica e immortalai situazione che, riviste
oggi, sembrano davvero assurde. Ragazze in giro per Kabul con la minigonna, uffici
delle compagnie aeree pieni di donne che lavoravano. Mi sono spostato anche da
piccolo perché i miei genitori viaggiavano molto. Ancora oggi, quando posso,
cerco di partire.
Il paesaggio che non smetteresti mai di fotografare?
Non ce n’è uno. Ogni paesaggio ha la sua importanza e trasmette
conoscenza. Il paesaggio in quanto tale mi può interessare dal punto di vista
estetico, poi basta. Una bella cartolina, anche tecnicamente perfetta, dà emozione
visiva, ma non si può andare oltre. E sottolineo che, secondo me, invece, il
paesaggio deve essere fotografato con le persone.
Ritratti umani legati a storie particolari o a curiosità?
Ce ne sono tantissimi. Il ritratto è una delle componenti
che amo di più. Mi permette di entrare in contatto con la gente perché c’è
un’interazione, anche se di pochi minuti.
Maurizio Anselmi
L'Hasselblad Bulletin, rivista online della più importante
azienda mondiale di macchine fotografiche, ha pubblicato recentemente i tuoi
Ritratti di pastori...
Si tratta di un reportage fotografico che ritrae persone
nel loro ambiente quotidiano. In contemporanea sto portando avanti da due anni un
progetto chiamato «Le storie degli altri». Con attori e modelli
ricostruisco scene e situazioni, set fotografici, su tematiche di tipo sociale.
Parlo di carcere, alcolismo, prostituzione, violenza sulle donne, immigrazione.
È la sfera della stage photography.
Colonna sonora: Francesco De Gregori, Viaggi e miraggi
Ai confini del mondo ci sono realtà a cui non sempre viene
concessa la parola. La guerra fa notizia, ma si tratta di attimi. Poi tutto
torna a tacere. In quei luoghi, nuvole di fumo nero uccidono i colori del cielo.
Accade ogni giorno. Solo macerie, distruzione, morte. Il rumore dei colpi di
arma da fuoco copre il silenzio della desolazione, unica sopravvissuta alla
guerra spietata dell’uomo contro l’uomo. La ragione è stata spazzata via dai
kalashnikov, puntati verso una speranza ormai agonizzante. Perché le guerre
sono tutte uguali.
Oltre agli spari, in quelle strade fantasma si odono le urla
della sofferenza umana. Solo chi ha sentito e visto, solo chi ha sperimentato
sulla propria pelle può raccontare. Ma i confini del mondo fanno paura e la
verità non è libera. Dietro le guerriglie vive il dolore e muore l’uomo. Di
questo si parla poco o non si parla affatto.
Nel 1993 Giorgio Fornoni entra clandestinamente in Angola
per incontrare Jonas Savimbi, guerrigliero e politico del partito
indipendentista UNITA. Il reporter lombardo, durante la registrazione di un
video-documentario, dichiara: «Siamo i primi giornalisti occidentali a
registrare le sue parole dopo la ripresa delle ostilità, ad ascoltare una
versione dei fatti che capovolge l’informazione distorta e tendenziosa delle
fonti cosiddette ufficiali».
Testardo e curioso, Fornoni insegue la verità nelle aree
calde del pianeta, dove l’anima si nutre di conflitti e i bambini, loro
malgrado, imparano a giocare con le armi. Documenta tutto con filmati e
fotografie, ascoltando la voce di chi combatte ogni giorno un’altra guerra,
quella contro la sofferenza.
Fra i suoi appunti di viaggio ci sono l’Afghanistan, la Cambogia devastata dai
khmer rossi, la Liberia,
la Cecenia,
il Congo. Russia, Siberia, Africa, Asia, Pakistan, Iran, Kazakistan, Stati
Uniti, Centro e Sud America rappresentano sono alcune tappe del suo lungo itinerario.
Ma la situazione più «scioccante» Fornoni l’ha vissuta in Texas, davanti
all’esecuzione di un condannato a morte attraverso iniezione letale. Quegli
ultimi spasmi non potranno più essere dimenticati.
Giorgio Fornoni ha raccolto in un libro dal titolo «Ai
confini del mondo» le inchieste e le testimonianze frutto dei suoi viaggi.
E a chi gli chiede informazioni su una passione diventata
professione, egli risponde: «Fare il reporter… non è che lo inventi sul
momento. C’è tutta una storia che devi maturare in te. Alcuni decenni fa,
conoscendo i missionari e seguendo le loro peripezie, ho scoperto situazioni di
grande rilievo umano e questa è la cosa che sempre più mi ha appassionato,
conducendomi quasi per mano all’uomo, a quell’uomo che vive ai margini e nella
sofferenza. Questa cosa, quando ti prende e ti appassiona, non riesci più a
mollarla. Tu vedi l’uomo che soffre, non puoi tornare a casa e dimenticarti di
quella sofferenza».