Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l'uomo deve poter viaggiare (Tarkovskij).
Gli abitanti di Vilcabamba non conoscono né malattia né
vecchiaia. Vivono, in media, 40 anni in più rispetto agli occidentali. Un mistero
a cui Ricardo Coler cerca di rispondere.
Ci sono storie di uomini e donne che sembrano lontane dalla
realtà. Fiabe che la terra scrive alla luce fioca di un lumicino. Forse per
difenderle. Forse solo per continuare a raccontarle nella loro interezza. Senza
pezzi mancanti, come spesso accade quando le voci si fanno fievoli perché il
finale rimane in sospeso. La longevità dei 4000 abitanti di Vilcabamba, in
Ecuador, è leggendaria. Vivono, in media, 40 anni in più rispetto agli
occidentali. Eppure gli studi condotti sulla popolazione non hanno mai dato
risultati chiari. È un segreto che rimane tale.
Ricardo Coler, medico, fotografo e scrittore argentino, si è
messo sulle tracce di questo mistero. Il risultato della sua appassionante
ricerca è racchiuso in un libro dal titolo Eterna giovinezza. L’elisir
bramato dalle moderne e ricche società è involontariamente custodito in un
piccolo villaggio della provincia di Loja. Sarà per gli alberi sacri che
abitano la regione? Per la verde vallata che culla il villaggio o per l’acqua
che scorre bagnando il paesaggio? Il merito è degli ortaggi senza pesticidi o
degli sciamani?
A Vilcabamba le donne partoriscono dopo i 50 anni. Non
esistono né malattia né vecchiaia. Gli anziani non hanno i capelli bianchi e
godono di ottima salute. Tanto che l’autore parla di «sesso della quarta età». Eppure Coler sottolinea che, nonostante gli abitanti siano ultracentenari, a
Vilcabamba si beve il chamico, si fuma, si usano droghe.
Ricardo Coler
Un paradiso in cui la morte diventa semplicemente non
risveglio. Un angolo di terra ancora intatto, ma minacciato costantemente dai ricercatori
della «vita eterna», che vorrebbero arrestare per sempre le lancette del tempo.
Le pagine scritte da Coler sono un botta e risposta fra la sua quotidianità e
l’esistenza condotta dagli abitanti di questo villaggio. Tante i punti
interrogativi. È possibile una vecchiaia diversa? Coler cerca di
rispondere alla domanda nelle pagine del suo libro.
erbe aromatiche tritate 10 g (prezzemolo, timo, erba cipollina)
Per la salsa allo Sbrinz:
latte o panna 150 ml
farina 1 cucchiaio
pepe nero quanto basta
noce moscata in polvere 1/4 di cucchiaino
sale quanto basta
1 cucchiaio di erbe aromatiche tritate (prezzemolo, timo, erba cipollina)
Sbrinz grattugiato 150 g
Preparazione
Per preparare gli gnocchi alle erbe ripieni di Sbrinz, lavate le patate
e lessatele intere con tutta la buccia in acqua leggermente salata.
Intanto, grattuggiate 150 grammi di formaggio e tagliatene, invece, a
piccoli cubetti 50 grammi. Tritate insieme le erbe aromatiche.
Mentre le patate cuociono, preparate la salsa allo Sbrinz, che servirà a condire gli gnocchi: riscaldate il latte (o la panna) in un
pentolino e unite lo Sbrinz. Fate sciogliere il tutto e versate a
pioggia la farina, quindi attendete che la salsa si addensi e unite pepe e noce moscata. Aggiungete eventualmente il sale e tenete
da parte.
Scolate le patate quando saranno cotte e lasciatele intiepidire per 5
minuti, quindi sbucciatele e passatele nel passaverdure. Adagiate la purea ottenuta su di una spianatoia, sulla quale avrete versato anche metà
della farina totale, e unite circa 10 grammi di erbe aromatiche tritate e il
sale. Coprite con il resto della farina e impastate fino a
formare un impasto omogeneo.
Ottenete dei filoncini dall'impasto, che taglierete a cubetti, riempirete uno ad uno con un piccolo pezzetto di Sbrinz e
passerete, poi, sull’apposita tavoletta rigata per conferire la
tradizionale forma agli gnocchi (in alternativa, potete utilizzare anche i
rebbi di una forchetta). Versate gli gnocchi (una porzione alla volta)
in abbondante acqua salata bollente.
Riscaldate la salsa allo Sbrinz e unitevi le altre erbe aromatiche
tritate. Quando riemergeranno, scolateli e versateli
direttamente in padella con la salsa allo Sbrinz.
I colori estivi della Murgia invadono lo schermo del
computer, mentre gli occhi si bagnano del mare di Vasto. Avezzano-Pescara-Bari,
un intero pomeriggio corre sui binari che stringono la mano a Puglia e Abruzzo.
Anticipo l'arrivo a destinazione sbirciando tra le fotografie scattate ad
agosto, in mezzo al biancospino, al caprifoglio e al prugnolo.
Manciate di scogli infreddoliti dall'acqua gelida mi fanno
pensare ai muretti a secco, blocchi di pietra grezza incastrati uno sull'altro
per delimitare le proprietà private. Il passato non perde la voce nemmeno in
inverno.
La panchina solitaria tace da anni, guardando la natura imbevuta di
sole. A pochi giorni da Natale, il mare riflesso sul finestrino riporta il ricordo alla bella stagione, alle staccionate di legno rinsecchite dal caldo torrido, al
canto incessante delle cicale, ai fiori murgiani, che sfoggiano i loro abiti da
cerimonia. Il profumo di timo e di mentuccia sembra prendere posto nel vagone.
Viaggia in quella sensazione sottile che conduce nei luoghi dai sapori
familiari e casalinghi, con il biglietto garantito dall'immaginazione.
E la mente va, ancora una volta, al mare. Rimbalza
continuamente tra terra e acqua, tra le onde e la scilla marittima, il
cipollone dalle foglie robuste nascosto dietro le rocce calcaree del Parco nazionale dell'Alta Murgia. E dimentico di essere in treno. Mi siedo, per
un attimo, all'ombra di una roverella, l'unica quercia che ingiallisce in
autunno, perdendo le foglie in primavera. Batuffoli di verde solleticano le
curve del Pulo, la più grande dolina carsica della Murgia, in territorio di
Altamura (Ba). Il cratere dal diametro di oltre 500 metri, bucherellato da
anfratti e grotte, sembra raccontare la storia millenaria di queste contrade.
Non hanno la loquacità delle onde, ma gareggiano, in bellezza, con il mare.
Parlano il silenzio solitario del tempo, nello spiraglio di libertà del
tramonto collinare.
Una cavalletta si mimetizza con i rami delle ferule per
sfuggire alle ferite dell'uomo. Spietato, ha spietrato l'ambiente per far posto
a bottiglie di vetro, piatti in plastica, confezioni di preservativi. In alcuni
punti del parco, pneumatici e lamelle di amianto mangiano la vegetazione. È un
uomo che uccide la bellezza, non rispettando, prima di tutto, se stesso. Ma i
fiori continuano a nascere.
Ha immortalato di tutto. Dal food all’abbigliamento, dai
paesaggi ai frigoriferi, dalle calzature ai volti umani. Maurizio Anselmi, 56
anni, nativo di Teramo, si è avvicinato all’arte dell’immagine negli anni del
liceo artistico. «Per compensare - dice ironicamente - doti che non avevo in
disegno».
Ritrattista ed esperto fotografo del settore moda, ha concentrato la sua
passione sulla ricerca antropologica. Continua a ritrarre persone negli
ambienti che quotidianamente vivono. Un vero e proprio viaggio di scoperta di
luoghi, culture e tradizioni differenti. Sin dai suoi scatti in Afghanistan. Terre
Nomadi lo ha intervistato.
Maurizio, la fotografia può dire al pari della scrittura?
Sono linguaggi e strumenti totalmente differenti, utilizzati
entrambi per descrivere e raccontare. Paragono la fotografia ad una penna, ad
una macchina da scrivere o ad un computer. La funzione cambia in base al modo
con cui la si usa. Può comunicare, creare, emozionare.
Maurizio Anselmi
Attualmente vivi in Abruzzo. È nata tra i paesaggi montani
la tua passione per la fotografia?
Non proprio. Per dieci anni mi sono spostato tra Roma,
Milano e Bologna. In quest’ultima città ho conseguito il diploma Dams con una
tesi sull’uso della fotografia nella ricerca antropologica. Già da allora la
fotografia viaggiava con me. Pensavo - e penso ancora - al suo linguaggio come ad
un mezzo per conoscere altre culture e mondi inesplorati.
I soggetti diventano paesaggi. Quali sono i tuoi soggetti e,
dunque, i tuoi paesaggi prediletti?
Negli ultimi dieci anni mi sono riavvicinato molto alla mia
terra. Ho collaborato con il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga,
diventandone il fotografo ufficiale. Avevo la possibilità di spostarmi in un’area
protetta e fortemente antropizzata, con una costante presenza umana, fatta di
pastori, di contadini, di imprenditori del settore della lana. Ho accolto e
raccolto un grosso bagaglio di conoscenze sull’Abruzzo e anche un consistente
archivio fotografico. Da questa esperienza è nata l’esigenza di approfondire un
po’ di più il territorio, non tanto come cartolina, ma come paesaggio vissuto. Ho
concentrato l’attenzione più sulle persone che sui panorami. In fondo, persone
e territorio non vanno mai separati. Si è fatta insistente l’idea di
fotografarle nel loro ambiente. Ad esempio i pastori accanto agli armenti, nei
paesaggi che quotidianamente vivono.
L’emozione della fotografia racchiude un po’ l’emozione del
viaggio...
Direi che un fotografo è anche un viaggiatore ed io ho girovagato
tanto. A 19 anni sono stato in Afghanistan. Partii da Teramo nella seconda metà
degli anni Settanta. Attraversai tutta la Turchia e l’Iran. Volevo arrivare in
India, poi tornai indietro perché i tempi previsti si erano allungati. Portai
con me la mia prima macchina fotografica e immortalai situazione che, riviste
oggi, sembrano davvero assurde. Ragazze in giro per Kabul con la minigonna, uffici
delle compagnie aeree pieni di donne che lavoravano. Mi sono spostato anche da
piccolo perché i miei genitori viaggiavano molto. Ancora oggi, quando posso,
cerco di partire.
Il paesaggio che non smetteresti mai di fotografare?
Non ce n’è uno. Ogni paesaggio ha la sua importanza e trasmette
conoscenza. Il paesaggio in quanto tale mi può interessare dal punto di vista
estetico, poi basta. Una bella cartolina, anche tecnicamente perfetta, dà emozione
visiva, ma non si può andare oltre. E sottolineo che, secondo me, invece, il
paesaggio deve essere fotografato con le persone.
Ritratti umani legati a storie particolari o a curiosità?
Ce ne sono tantissimi. Il ritratto è una delle componenti
che amo di più. Mi permette di entrare in contatto con la gente perché c’è
un’interazione, anche se di pochi minuti.
Maurizio Anselmi
L'Hasselblad Bulletin, rivista online della più importante
azienda mondiale di macchine fotografiche, ha pubblicato recentemente i tuoi
Ritratti di pastori...
Si tratta di un reportage fotografico che ritrae persone
nel loro ambiente quotidiano. In contemporanea sto portando avanti da due anni un
progetto chiamato «Le storie degli altri». Con attori e modelli
ricostruisco scene e situazioni, set fotografici, su tematiche di tipo sociale.
Parlo di carcere, alcolismo, prostituzione, violenza sulle donne, immigrazione.
È la sfera della stage photography.
Colonna sonora: Francesco De Gregori, Viaggi e miraggi