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lunedì 16 febbraio 2015

La mia India. Intervista all'autore, Alessandro Iacovuzzi

di Anna Maria Colonna
terrenomadi@gmail.com

Le immagini, di Alessandro Iacovuzzi, ritraggono squarci dell'India.
  
Viaggiare è anche questo, conoscere realtà vicine o lontane cercando di captarne il meglio per crescere culturalmente e professionalmente, oppure individuarne le negatività e provare ad impegnarsi per migliorarle, se possibile.


Ha trentatré anni, fa l'architetto, insegna e convive con il «virus» del viaggiatore, «quella patologia di chi non può fare a meno di viaggiare». Alessandro Iacovuzzi, pugliese, nativo di Altamura (Ba), racconta in un libro il suo viaggio in India. Terre Nomadi lo ha intervistato.

Chi è Alessandro Iacovuzzi?
Alessandro è un architetto, docente universitario e di scuola media che, a partire dall’esperienza Erasmus svolta a Liverpool nel 2003, ha contratto il «virus» del viaggiatore. Non solo per il piacere di riposarsi e di liberarsi dalla quotidianità, bensì per imparare, conoscere, scoprire, emozionarsi e comprendere altre realtà spesso lontane dai nostri modi di vivere. E poi, da viaggiatore perpetuo, è anche affetto dalla «sindrome di Stendhal», soprattutto quando si trova davanti a straordinarie opere d’arte quale il Taj Mahal di Agra o il foro severiano dell’antica città di Leptis Magna. Nato e cresciuto tra Bari e Altamura, non è innamorato della propria città, ma percepisce enormi potenzialità soppresse, così come le notava - vent’anni or sono - nella vicina Matera, quando, da mezzo materano, viveva a ridosso dei Sassi e soffriva nel vederli cadere a pezzi...


I luoghi che hai visitato e che ti sono rimasti nel cuore? Perché?
Non posso che fare riferimento alla Siria, prima nazione mediorientale che ho visitato oltre dieci anni fa. La chiamavano «stato canaglia», ma, nel visitarla, non si avvertivano né terrore né sentore di ostilità o malcontenti popolari. Ricca di gente e architetture sublimi, tranquilla e ospitale, per millenni ha detenuto il ruolo di «terra di mezzo». Dalla Libia all’Algeria, dall’Egitto al Libano, molte sono state le mete che mi hanno riempito di quel knowhow africo-orientale educativo. Molte quelle che mi hanno forgiato e alle quali, in cambio, ho «lasciato il cuore». Tra queste, senza ombra di dubbio, vi è l’India... l’«incredible India!». Da neolaureato pronto ad emigrare, mi rivolsi ad un ordinario del Politecnico di Bari per chiedere consigli su corsi post lauream in Europa. Lui mi propose l’India e, una settimana dopo, ero già alle prese con la burocrazia per la partenza. Non avevo idea di dove fossi diretto, ma sapevo per certo che volevo proseguire l’esperienza Erasmus. Ed eccomi là, nell’ottobre del 2006, in un volo Roma - Nuova Delhi di sola andata. All’aeroporto della capitale indiana, il mio primo impatto si concretizza con l’espressione «Qua son tutti matti!». Il tassista ha il volume dello stereo altissimo. Accelera brutalmente, facendo uno slalom tra persone che attraversano la strada, motociclisti spericolati (alcuni dei quali hanno un casco da guerra arrangiato con spago), gente che scende dagli autobus sovraffollati senza aspettare le fermate, ma lanciandosi fuori dal veicolo col rischio di essere travolta. I mendicanti si trovano ovunque, così come le guide turistiche improvvisate. Intere famiglie dormono per strada intralciando anche una parte della carreggiata e alcuni uomini sono intenti a trasportare cose impensabili su biciclette, come grandi blocchi di ghiaccio o lunghissimi tubi. 

Tutti i sensi sembrano sedati da forti sollecitazioni, che mi coinvolgono in un vortice tra colori e spettacoli inattesi. Gli animali scorrazzano per le complesse vie della città, l’immondizia è riversa in ogni angolo. Le persone mangiano per terra con le mani, senza alcun supporto al cibo se non fogli di giornale, nonostante le latrine all’aperto e gli escrementi di mucche, muli e cavalli, nonostante le mosche e l’inquinamento. Un elefante attraversa un incrocio con in bocca un grande ramo d’albero che continua a masticare, procedendo indisturbato tra le auto. Rischiamo lo scontro. La temperatura è alle stelle e, nel nero taxi diretto alla stazione di Delhi, si suda e si canta più che mai. Così comincia anche il mio libro, dal titolo La mia India, edito Youcanprint, nel quale racconto non solo le sensazioni avvertite percorrendo il paese da nord a sud alla scoperta di storie, colori, contraddizioni, miseria e spensieratezza, ma anche episodi e aneddoti vissuti in un crogiuolo di emozioni, immagini, volti e parole.

L’India ti ha spinto a raccontare attraverso un libro o l'idea del libro c'era già prima di partire?
Non avrei mai pensato di trasferire i miei appunti di viaggio in un libro illustrato, ma l’energia che irraggia il paese indiano è così forte da riempire chicchessia di storie, immagini ed esperienze. Poi, a far traboccare la memoria, ci sono i bambini, che non ti lasciano mai in pace! Ti circondano e cominciano a farti le stesse domande con lo stesso tono e quasi con la stessa voce: «one pen? one rupie? one photo?». È questa, però, la vera ricchezza del subcontinente indiano, i loro volti e l’innocente bellezza, la maturità dei loro gesti e la tenerezza degli sguardi penetranti. Nonostante l’impatto traumatico iniziale, l’India riesce a meravigliare per le terre estese, il suo clamore e la sua complessità. «Per molti viaggiatori l’India è la prova del nove», cito la guida Lonley Planet. «Alcuni turisti non vedono l’ora di risalire in aereo e fuggire via, ma se amate scandagliare intrigate cosmologie, respirare un’atmosfera sovraccarica di sensualità e siete dotati di una grande capacità di comprensione dell’assurdo, allora l’India è uno dei drammi più intrigati e più densi di soddisfazioni che si svolgono sul nostro pianeta». 

Visitare l’India, paese della spiritualità e del misticismo, è prima di tutto un percorso dell’anima... Dagli splendidi monumenti antichi ai colori, alle differenze di culture, ai secoli di storia e cambiamenti, dai cibi speziati alla serenità di ogni abitante. Un’India di gioie e dolori, del bello e del brutto, del facile e del complesso, del permesso e del proibito. L’India delle feste ogni giorno e ad ogni angolo, dei rutti e degli sputi per strada. L’India dagli estremi paradossi, l’India del chai e delle mucche, l’India delle mille divinità e della pacifica e lenta vita quotidiana... E, infine, non sei mai solo. Nessun angolo di India è spopolato, si è sempre circondati da persone che ti scrutano incuriosite, spesso con una punta di timidezza. Nei piccoli villaggi ci si ritrova nella povertà estrema, tra le baracche, il the, detto chai con latte e masala, le strade brecciate e piene di buche. La gente continua a guardarti intrigata, non sa che fare. Le auto passano, attraversano questi villaggi. Qualcuno si ferma per un po’ e poi riparte, lasciando dietro indigenza e sorrisi degli abitanti.

L’esperienza più forte dell’intero viaggio in India?
C’è un aneddoto estratto direttamente dal mio libro-diario di viaggio che mi rattrista, ma mi riempie anche di forza e sicurezza. Varanasi è la meta di quegli anziani ormai al capolinea, che aspettano la morte, spesso lasciandosi trasportare dal digiuno e dalla malattia. In molti riescono ad accumulare un po’ di denaro per raggiungere le rive del Gange da tutte le parti del subcontinente. Assisto alla mesta cerimonia di cremazione dei corpi al Manikarmika gath. I corpi, avvolti in sudari, vengono trasportati su pseudobarelle in canne di bambù. Sono immersi nel Gange e poggiati su una pila di tronchi di legna. Dopo vengono ricoperti con altri pezzi di legno e infine dati alle fiamme. Questa operazione, divenuta un business per la vendita del legname, avviene per circa duecento corpi al giorno, spesso quattro, cinquecento contemporaneamente, l’uno accanto all’altro... un’immagine terrificante che da secoli si svolge lungo le sponde del fiume varanasiano. 

Quattrocento anni fa, la moglie della divinità Shiva si lasciò bruciare proprio su queste rive. Solo così i corpi si possono liberare dalla reincarnazione, sperando in una vita migliore dopo la morte. Navigando lungo il fiume più inquinato al mondo, gli occhi ricadono su questi mucchi di legna e cadaveri, avvolti dal fumo denso e nero della combustione. Nessuno piange, nessuno ha la faccia triste o dispiaciuta. Alcuni intonano canti e offrono dolci ai familiari dei defunti, sembrano addirittura sorridere e si fanno avvolgere dal fumo che colora questo caldo e sacro posto degli indù. I mucchietti di legna e la procedura di rogo variano in base alla ricchezza del morto. C’è chi viene arso su cataste enormi di legna col fuoco alimentato in continuazione e chi, disponendo di pochissimo legname, non riesce a trasformarsi in cenere. Ma le acque sacre del Gange accoglieranno sia la polvere delle cremazioni sia i pezzi di corpi mai carbonizzati.

Ci torneresti... o ci tornerai?
Beh, in realtà bisogna essere molto forti psicologicamente per restare più di un mese in India e l’idea di visitare «turisticamente» - e per pochi giorni - le città non è proprio il mio ideale. Solo vivendo le città si percepisce l’anima di un posto. Per cui cercherò di portare avanti le ricerche universitarie sulle architetture antiche inserendo qualche caso di studio dell’india Mogul per tornare a fotografare le superbe architetture e i magici posti del subcontinente più assurdo del globo terrestre. Un subcontinente che si fa amare e odiare, ma che è impossibile dimenticare.
Prossime mete da fotografare? 
Il continente opposto, l’America Latina, sempre con lo sguardo del «viaggiatore nomade».







Colonna sonora: Sona Mohaptra, Bolo Na 





















lunedì 13 ottobre 2014

I sorrisi di Bombay

di Anna Maria Colonna
terrenomadi@gmail.com

Partire per l’India e non tornare più. Nella tragedia di una povertà ingiusta e inaccettabile, il sorriso di chi, nato alla vita, crede ancora nella sua bellezza.

Undici interminabili ore di viaggio. Di notte. Quando tutto tace e il mondo sembra fermarsi per riprendere fiato. La strada scorre, fluida, attraverso i finestrini del pullman. Il silenzio viene interrotto, a tratti, dai movimenti assopiti di chi sta sognando. Milano-Bari. A farmi compagnia, un libro.

Torno a casa passando dall’India. Tre bambini sorridono in copertina. Mi immergo nella lettura. Arriverò a destinazione cambiando meta.

Doveva essere una semplice vacanza. Invece quel viaggio gli ha cambiato la vita. «Succede quando meno te lo aspetti», penso. Un incontro particolare in un paese particolare. Jaume Sanllorente scrive per professione. È un giornalista. Vive a Barcellona e non gli manca nulla. Ama il suo lavoro. Gli agi e le comodità di una città così vivacemente ricca sono anche i suoi.

Nel 2004, Jaume decide di fermarsi in India per un mese. Torna in Spagna, ma il paese visitato sembra avergli strappato un pezzo di anima. Riparte. In India quell’uomo scopre l’uomo. Incontra gli occhi della paura, dell’orrore, della tragedia umana che si abbatte su chi non ha colpe.

Mendicanti che affittano neonati. Bambini a cui vengono amputate le gambe perché suscitino la pietà di caritatevoli benefattori. Baby-prostitute di sei anni che hanno, sul corpo, i segni di un’esistenza negata. Forse non  riusciranno mai a fidarsi dell’amore.

Nella coscienza di Jaume, una voce insistente. Vera come le immagini che non può dimenticare. Il desiderio di reagire. Di fare qualcosa. La risposta è nella semplicità di un sorriso. Quello dei bambini di un orfanotrofio di Bombay minacciato dagli speculatori. Jaume fonda, così, una propria Ong, Sorrisi di Bombay, per aiutare gli orfani delle periferie, per dare loro un'istruzione, per garantire ai malati di lebbra l’assistenza sanitaria.

I sorrisi di Bombay di Jaume Sanllorente è la storia di un baratto. Sicurezza e carriera con una povertà temuta dal mondo. Ingiusta. Inaccettabile. Ma che arricchisce più dello stesso denaro.








giovedì 15 maggio 2014

Road movie: Non è mai troppo tardi (The Bucket List)

di Miriam Pallotta
miriam_pallotta@libero.it

Se vi dicessero che vi rimangono circa sei mesi di vita, cosa fareste? È la domanda a cui devono rispondere i due protagonisti di The Bucket List. Carter Chambers (Morgan Freeman) è un appassionato di storia, sogna di fare il professore, ma l’arrivo inaspettato di un figlio lo costringe ad accettare il primo lavoro che gli offrono: il meccanico.



Edward Cole (Jack Nicholson) è un multimilionario scontroso, senza peli sulla lingua e solo. Ha passato tutta la sua vita ad accumulare soldi e possiede ospedali privati.


«Io gestisco ospedali, non centri benessere. Due letti in ogni stanza. Nessuna eccezione». È proprio questa sua politica a farlo finire nella stessa stanza di ospedale di Morgan. Nonostante l’inizio burrascoso e l’immensa differenza che li separa, tra i due si viene inevitabilmente a creare quel legame che unisce coloro che sono «nella stessa barca».



L'amicizia si rafforza all’arrivo della notizia che sconvolgerà la loro vita: hanno poco tempo. La disperazione iniziale viene spazzata via da un innocuo foglietto giallo, stropicciato e gettato a terra da Carter. È la «lista del capolinea». Edward vede in quel foglio uno spiraglio di luce e speranza. Non vuole subire passivamente il destino che gli è riservato, ma vivere gli ultimi mesi nel miglior modo possibile. «Non è meglio che te ne vai con i botti? Con i fuochi d’artificio?».



Dopo aver compilato la lista con tutto ciò che vorrebbero fare prima di morire, fuggono dall’ospedale e si imbarcano in una straordinaria avventura. Inizia così un viaggio che li porterà a visitare posti meravigliosi, dalla selvaggia jungla alla chiacchierata sulle piramidi d’Egitto, all’India. Per finire, cercano di scalare la montagna Chomolunga, chiamata Dea Madre del Mondo in Tibet.




Lungo il percorso, oltre a depennare dalla lista le esperienze più folli, come il paracadutismo, i due uomini troveranno il coraggio di riallacciare rapporti che credevano perduti per sempre.


Oscillando tra la drammaticità della malattia e l’umorismo di questi due colossi del cinema americano, il regista Rob Leighton ci accompagna in un viaggio la cui colonna sonora è un inno alla vita.

Non è mai troppo tardi, il trailer


sabato 15 febbraio 2014

CucinaMondo: India, pollo tandoori

Che cosa serve

1 pollo da un Kg circa tagliato
1 lime
3 cucchiai di yogurt bianco
1 spicchio di aglio
1 ciuffo di coriandolo
1 cucchiaino di radice di zenzero
1 cucchiaio di succo di limone
1 cucchiaio di olio di semi
1 cucchiaio di garam masala
1/2 cucchiaino di peperoncino in polvere
1/2 cucchiaino di curcuma macinata


Come si fa

1. Si prende la carne di pollo tagliata in quarti e la si incide in profondità su ogni pezzo.

2. A parte, in una terrina, si mescolano il garam masala, lo yogurt, l’aglio, il peperoncino, la curcuma, il coriandolo tritati, lo zenzero grattugiato, il sale, il succo di limone e l’olio.

3. Si immerge la carne di pollo in questo composto, lasciandola marinare per tre ore.

4. Una volta trascorse le tre ore, si dispongono i pezzi di pollo in una teglia e si cuociono in forno per 25 minuti circa a 200°.

lunedì 28 ottobre 2013

L'India racconta le sue spose bambine

di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

È un uomo che parla. Inconsueto per l'argomento, scritto a lettere quasi invisibili sul volto femminile della storia umana. Il baratto delle spose bambine esclude la felicità dal regno dell'infanzia. L. D. preferisce mantenere l'anonimato per le informazioni delicate che rilascia in questa intervista a Terre Nomadi. Ha 37 anni, è nato a Delhi, in India, e cresciuto a Jaipur, la città rosa capitale del Rajasthan. Qui il fenomeno delle nozze «precoci» è molto diffuso. L. D. conosce bene il posto e può raccontare.

Le bambine in India diventano spose «promesse». Non sempre - soprattutto quando gli anni non superano la decina - vanno subito a casa con il marito. Le nozze vengono sancite con una cerimonia notturna. Il buio evita i problemi con la giustizia, perché queste unioni sono illegali. Illegali, sì, ma continuano ad esserci. Si tratta di esistenze segnate e soffocate anche dalla morte. «Può accadere che muoiano, ma spesso non si viene a sapere», sottolinea L. D.

È accaduto qualche settimana fa nello Yemen. Deceduta ad 8 anni. Dissanguata per le ferite interne riportate dopo la prima notte di nozze. Con un uomo di 40 anni. Il mondo ha saputo, questa volta. L'indignazione si è spenta nel silenzio. 

In Italia le coppie aspettano la trentina per sposarsi, in India il periodo migliore è quello della minore età, nonostante le leggi del Paese lo vietino. Ma l'illegalità delle nozze bambine non viene fermata...
Purtroppo il fenomeno è ancora molto diffuso in India, soprattutto nei villaggi rurali del Rajasthan. La legge proibisce i matrimoni al di sotto dei 18 anni, ma ho conosciuto donne sposate anche a 12 anni. Il paese è grandissimo e risulta semplice sfuggire ai controlli.


La tradizione obbliga una bambina a diventare moglie e madre. Come è possibile questo ancora oggi?
La ragazza deve seguire la volontà della famiglia per una questione di rispetto. In passato, se nasceva una bambina, spesso veniva uccisa perché per sposarla e per procurarle una dote ci volevano tanti e tanti soldi.

La dote della sposa deve essere consegnata alla famiglia dello sposo in soldi?
Possono essere soldi o oggetti come il condizionatore d'aria, la macchina, la tv. Ma questo riguarda sia le famiglie povere che quelle ricche.

Perché la necessità di dare in sposa una bambina a sei, sette anni? I matrimoni combinati possono anche aspettare qualche anno in più, se proprio devono esserci.
Quando una bambina cresce, può iniziare a conoscere uomini e può anche innamorarsi, intraprendendo una relazione. Per evitare che questo avvenga, i parenti la promettono in sposa con una cerimonia di nozze. In questo modo il nome della famiglia resta pulito. Prevalgono nettamente i matrimoni combinati, ma soprattutto nei villaggi. Nelle grandi città i casi diminuiscono di molto.

In India c'è anche il discorso delle caste. Che cosa potrebbe succedere se una bambina-adolescente si innamorasse di un ragazzo appartenente ad una casta diversa dalla sua?
Questo è uno dei motivi che costringe i genitori a sposarla quando è ancora molto piccola. Ma non è detto che una bambina sposata ad otto anni vada subito a vivere con il marito. Viene promessa, c'è una cerimonia, ma lascia la casa paterna a 15 o 16 anni. Conosco un ragazzo indiano che a 12 anni aveva già una sposa promessa. Si incontravano di nascosto, forse per fare l'amore o forse no... il matrimonio è stato ufficializzato quando lei aveva 15 anni e lui 19. Solo allora la ragazza ha lasciato la casa della sua infanzia per andare a vivere con lui.

Ma ci sono anche bambine che a otto anni vengono portate a casa del marito. A questa età si tratta di una vera e propria violenza. Ultimamente nello stato arabo dello Yemen è morta una bambina dopo la prima notte di nozze... 
Non succede sempre, ma ci possono anche essere questi casi, sosprattutto nei villaggi rurali. Può darsi che muoiano, ma bisogna anche vedere se fatti del genere vangano alla luce o no.

E le bambine come reagiscono alle nozze?
Per loro è una sorta di gioco. Sono anche contente, perché non sanno cosa le aspetta dopo. Poi si adeguano, diventano più responsabili, ma il loro sorriso sembra scavato da un peso. Hanno gli occhi che dicono... potevo portare addosso dieci chili, invece me ne avete messi venti.

Tra l'altro a 15 anni, spesso anche di meno, si ritrovano con il pancione...
Sì, diventano donne già a 14 anni.

E la differenza di età tra lo sposo e la sposa è tanta solitamente?
Non sempre. Qualche volta lui può averne 20 anni, lei 13. In tanti altri casi la differenza è poca. Il padre di un mio caro amico aveva promesso ad un uomo in punto di morte che sua figlia sarebbe andata in sposa al figlio. All'epoca la bambina aveva nove anni. Questo ragazzo - parlo del mio amico - laureato, ingegnere, ha sofferto molto per la decisione del padre. La ragazza era cresciuta in un villaggio povero e arretrato e non sapeva nemmeno pronunciare due parole in inglese. Ha rifiutato di sposarla, pagando le conseguenze della vergogna. La società in cui vive si è sentita offesa, non rispettata e ha cominciato ad insultarlo. In passato, appena nasceva una bambina, veniva promessa ad uno sposo di appena tre anni. E le nozze, dopo un po' di tempo, venivano celebrate. Ho in famiglia due matrimoni combinati, oltre a quello dei miei genitori. Mia sorella ha chiesto il divorzio, risposandosi per amore.

Come reagisce la società indiana ad un divorzio? 
Rappresenta un fallimento per l'intera famiglia, prima che per la persona. Una ragazza divorziata difficilmente riesce a trovare qualcuno disposto a risposarla.

Colonna sonora: Fabrizio De André, Khorakhané