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giovedì 10 aprile 2014

Mai chiederò il perché del mio destino

Intervista al giovane autore, Vincenzo Lubrano

di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

Vincenzo Lubrano
Ha 26 anni e vive a Pozzuoli (Na). La scrittura emergente veste i panni di Vincenzo Lubrano, autore del racconto fantasy Mai chiederò il perché del mio destino, pubblicato nel 2013. Dopo essersi diplomato come tecnico dei servizi ristorativi di cucina, Vincenzo tenta di cambiare vita partendo da solo per lavorare sull'isola d’Elba. Un esperimento di tre anni che lo arricchisce, aiutandolo a riscoprire e a riprendere la passione per la scrittura, accantonata negli anni dell’adolescenza. Amante della musica, intraprende questa strada componendo testi rimati su basi musicali. Decide, in seguito, di creare una pagina Facebook intitolata Sotto Lo Stesso Cielo, dove esprime i suoi pensieri e che registra, attualmente, più di cinquemila visitatori. Nel 2012 l’autore pubblica la raccolta L’impronta del pensiero. Terre Nomadi lo ha intervistato.

Vincenzo, con la passione per la scrittura si nasce? 
Spesso sentiamo parlare di doni, un aspetto supremo per definire determinate tendenze o facoltà. Credo che la scrittura sia un mondo che ospita tutti noi, perché dà la possibilità di poter esprimere ciò che a voce viene frainteso. Chiunque possiede una storia, ha tra le mani una penna magica. Chiunque ascolta il proprio cuore, può dar vita al pensiero. L'arte è il modo migliore per realizzarlo.

Tu come hai scoperto questa passione e come la stai coltivando?
Nei momenti di riflessione, presi in considerazione la mia vita. Passato, presente e numerose aspettative per il futuro divennero la mia identità. Ritrovandomi davanti a un foglio bianco, mi accorsi di uno spazio infinito che avrebbe accolto il mio pensiero senza giudicare, consigliandomi con le parole di chi credevo di conoscere completamente: me stesso. Quel foglio divenne il mio migliore amico e la strada giusta per iniziare a sognare. Volevo regalare un sorriso e una speranza a chi, leggendo con gli occhi dell'anima, fosse riuscito a ritrovare il tanto e desiderato attimo di pace. Come un fiore delicato, coltivo oggi questa passione, condividendo il mio pensiero con chiunque incontri sulla strada. Con molta pazienza e sacrificio, la nutro di volontà, percorrendo, passo dopo passo, il meraviglioso cammino della scrittura.
 
Il tuo libro si intitola Mai chiederò il perchè del mio destino. Un titolo misterioso che richiama pienamente il contenuto?
Ho scelto il titolo al termine del racconto. Chi leggerà la storia, ne capirà pienamente il significato. Darà risposta a una domanda - che ogni giorno resta punto interrogativo - attraverso l'emozionante avventura della ricerca dell'istinto e delle proprie origini. E con la voce di chi vive con noi inascoltato, il mondo animale. Il destino esiste o bisogna crearlo con le proprie mani? Vi lascio nel mistero.

Come è nato questo libro?
La mia ispirazione è stata la vita, insieme a tutto ciò che ne fa parte. Ho voluto dare la visione del mondo e dei fondamentali principi, come l'amore, l'amicizia e il rispetto, attraverso la prospettiva e l'incondizionato linguaggio degli animali. Questi, lottando per l'amata libertà e l'uguaglianza, affrontano la dura sopravvivenza, fino ad oltrepassare la materia che rende schiavo l'uomo, nonostante sia stato lui a crearla. Iniziando a scrivere un rigo dopo l'altro, ho creato i personaggi. In seguito mi sono reso conto di quanto fosse importante per me ascoltarli ed accompagnarli in quel loro viaggio di pura emozione.

Hai impiegato molto tempo a far nascere la tua opera?
Non ho mai imposto regole alla mia scrittura. La spontaneità è stata importante per rendere vivo ogni personaggio. L'unico intoppo l'ho incontrato nel socializzare con Brezza, il bizzarro anatroccolo del racconto, che, durante gli impegni di lavoro, ripeteva nella mia mente: «Ehi ! Ti manca ancora molto? Non amo restare sospeso per aria!». Così, in poco più di un anno, il racconto è stato pubblicato.

Come si sente un autore quando mette il punto finale alla sua opera?
Il punto finale di un'opera è l'inizio di una lunga strada, che non si presenta mai liscia, con dei pro e dei contro. Per superarli, basta crederci e non mollare mai! La soddisfazione è osservare il lettore mentre prova delle emozioni nel leggerla e il suo sorriso al termine... nel punto finale .

C'è un personaggio in cui ti rivedi?
I personaggi hanno assimilato diverse parti del mio carattere per poi formarne uno proprio. Il lettore potrà rivedersi in uno di loro perchè, grazie alla naturalezza delle battute, farà da specchio al cuore di chi legge. Quest'ultimo, con gli occhi, gli darà vita.

Perché proprio il genere fantasy?
Il fantasy narrativo è una realtà parallela pronta a dare visione interiore al mondo. Personaggi insoliti possono esprimere le proprie opinioni sulle società e gridare la loro esistenza. Per una volta, toccherà a noi umani dovere finalmente imparare ad ascoltare.
  
Chi scrive, legge anche molto?                                      
La scrittura è un vero linguaggio, fatto di pura espressione, mentre leggere è una terapia interiore molto importante per ricavare insegnamenti grammaticali e ortografici, ma, soprattutto, per poter vivere esperienze che nella nostra vita non vivremo. La scrittura riesce a migliorare il mondo e leggere è il modo per conoscere come poterlo fare giorno dopo giorno.  

Il tuo racconto è viaggio particolare...
Il racconto è basato su un viaggio fisico e interiore. I personaggi varcano numerosi orizzonti, ritrovandosi a sopravvivere in diversi habitat per raggiungere il loro istinto. Non ho utilizzato la conoscenza di luoghi ben precisi, in modo da dare al lettore la possibilità di interagire con la propria fantasia ricreandone lo scenario.

Leggere può essere, secondo te, paragonabile al viaggiare? E scrivere?         
Leggere è viaggiare senza muoversi. Considero importante il piacere di viaggiare perchè, in ogni angolo del mondo, possiamo scoprire l'inimmaginabile, che poi è il tesoro che ci appartiene. L'emozione da esprimere attraverso la scrittura. Utilizzando i nostri sensi, il viaggio non resta solo un ricordo. Se inciso su carta con la lettura, potrai riviverlo.






                                               


giovedì 20 febbraio 2014

Paulownia tomentosa, strane coincidenze

di Luigi Casale
casaleluigi@yahoo.it

Qui la prima parte del reportage.

Paulownia tomentosa
© Luigi Casale
Quell'anno, sul finire dell'estate, di ritorno dalla vacanza in Piemonte, trovammo mia madre alle prese con un problema. Rami di un albero molto rigoglioso, data la stagione, le occupavano il vano della finestra, impedendo alla serranda di srotolarsi. Per la verità, era già stata costretta altre volte a potare l’estremità di quei rami che le ostacolavano, oltre alla vista, lo stesso regolare uso dell'infisso. E ce ne eravamo accorti. La povera donna frequentemente doveva strappare foglie e frasche, più o meno lunghe, per liberarsi dall'invadenza esterna e dall’ulteriore rischio di eventuali danni. Osservato il suo affanno, ci accingemmo ad aiutarla, mia moglie ed io, prima per sollevarla dall'inconveniente, ma anche perché, operando, sarebbe stato più facile tagliare l'estremità dei rami inopportuni, una reggendoli, l’altro strappandoli.

Grande fu lo stupore quando ci accorgemmo che l’albero era della stessa specie di quelli che avevamo conosciuto - o creduto di aver conosciuto - in estate sull’isola di San Giulio. Eppure, con la pianta avevamo condiviso almeno dieci anni, da quando mia madre si era trasferita in quella casa. 
 
Bolzano
La cosa finì lì. Ma non era finita. Alla fine della stagione estiva, nuovi eventi e nuove decisioni ci portarono ad optare per un trasferimento della residenza della famiglia in Alto Adige. Iniziava una nuova fase della nostra vita. Io avevo cambiato lavoro. La famiglia, cambiato abitudini. Fortunatamente i bambini non avevano ancora fatto esperienza di scuola a Roma. Questo trasferimento comportò che, da quell’anno, preferissimo le vacanze al mare, e, per restare più vicini alle nonne, si tornò a Napoli, al mare nostro. La nonna Iolanda, come aveva sempre fatto, continuò a mantenere per noi la cabina, la stessa che ci aveva sempre riservato da quando portava i suoi figli ai bagni di mare. E, così, dalle parti di Omegna non si tornò più.

Ma veniamo alle nuove abitudini, alle quali dovemmo assuefarci, con nostro compiacimento. I bimbi, per quanto piccoli, si recavano a scuola da soli. Alcuni anche in bicicletta. Tralascio gli altri vantaggi, che ci capitò di apprezzare un po’ per volta. Recandomi quotidianamente a Bolzano per motivi di lavoro, notai che tutti gli alberi dei parchi pubblici, e i filari che costeggiano le strade, erano contrassegnati da una targhetta col nome volgare (italiano e tedesco), e il corrispondente nome scientifico, della pianta. Non pensavo tanto alla correttezza amministrativa o al livello di senso civico, ma alla funzione pedagogica verso i ragazzi della scuola e, più ancora, verso la popolazione in genere.


Bressanone
Dopo qualche mese, provai la stessa emozione quando, in visita al museo (ex palazzo vescovile) di Bressanone, lungo l’antico fossato, ci imbattemmo in un magnifico, colossale, albero secolare, identico sia a quelli che avevo visto sull'isola di San Giulio che nel cortile dell’abitazione di mia madre a Pompei. Portava la sua brava targhetta, su cui, insieme alla data dalla quale era documentata la presenza in quel sito, compariva anche il nome della pianta: Paulownia tomentosa. Così ho conosciuto la Paulonia.


Che cosa c’entra questa esperienza con l’attività di sensibilizzazione e di educazione promossa dai naturalisti e dalle civiche amministrazioni? E che cosa ha a che fare il racconto con la cultura?

Io dico che ci serve, innanzitutto, per capire. Nell’uno e nell’altro campo d’azione o di interessi. E mi viene in mente il racconto biblico - cerco di ricordare alla meno peggio - in cui Dio, dopo aver creato il mondo, compresa la coppia umana, chiama Adamo a dare i nomi alle cose. Ecco, quale che sia l’esegesi che ne fanno i dotti, io credo di cogliere proprio questo fatto, cioè che l’uomo è chiamato (da Dio) a sviluppare il linguaggio e ad organizzare il pensiero servendosi delle cose create. In altre parole, attraverso la sua diretta esperienza. Da piccoli, ci insegnavano come questa narrazione rappresenti il dominio dell’uomo sul creato.


Ebbene, sono disposto ad accettare tale spiegazione solamente nel senso di cui ho detto prima: l’uomo, padrone del mondo, sì, ma attraverso il linguaggio e guidato dalla ragione. Partendo dall’ esperienza. 

Colonna sonora: Phil Collins, Another day in paradise




                        


lunedì 17 febbraio 2014

Paulownia tomentosa, grappoli sul Lago d'Orta

di Luigi Casale
casaleluigi@yahoo.it

L’articolo che segue era destinato - come  gli altri, d’altronde - alla mia rubrica personale di storie minime. Allo stesso tempo, però, è proposta di soggetto culturale ed esercizio di pratica consapevole di lingua parlata. Scritta per l’occasione.

Dovete sapere… per non farvela lunga, abbrevio.

Prima di trasferirmi in Alto Adige, paesaggio di montagne e regione ricca di varia vegetazione, avevo preso l’abitudine di portare la famiglia in vacanza dalle parti del Lago Maggiore: per l’esattezza, nella Valle Strona, tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore (o, meglio, il piccolo Lago Mergozzo) - all’epoca provincia di Novara - con, di fronte, il Mottarone. Per me, convinto, fino a quel momento, che la vacanza fosse un lusso, essa divenne una necessità dopo la nascita di tre figli in tre anni. Si era nell’anno successivo alla pubblicazione del romanzo-racconto di Gianni Rodari C’era due volte il barone Lamberto, ovvero i misteri dell’isola di San Giulio (1978).


Lago d'Orta, isola di San Giulio

Di Rodari i miei figli avevano ricevuto alcuni libri, dono del loro zio e di altri amici intellettuali. Pertanto, già conoscevano dalla voce della mamma i racconti e le poesie. Quell’anno, con l’uscita del Barone Lamberto, seguirono anche la lettura di alcune sue pagine (lo dico adesso: molto interessante l’incipit). Nonostante la tenera età, erano in  grado di percepirne la verve, lo spirito, lo scherzo. Inoltre, sempre attraverso la lettura che gliene faceva la mamma, avevano appreso di alcune delle filastrocche in cielo e in terra, o delle favole al telefono (due delle preziose opere del citato autore), o dei ricercati e vivaci limerick, o dei dissacranti e saggi componimenti del Libro degli errori (altra importante opera).

Sicché, per la vacanza dell'estate 1979, sembrò inevitabile, quasi un obbligo, oltre che visitare Omegna, città natale di Rodari, che già conoscevamo per averla vista negli anni precedenti, fare un’escursione sull’isola di San Giulio, al centro del lago d’Orta, sede di quei misteri di cui si narravano le meraviglie nel nuovo romanzo.

Paulownia tomentosa
Tra le stranezze in cui capitò d'imbatterci, l'approdo in prossimità della chiesa, la brevità della passeggiata per percorrere l’intera isola, la bellissima chiesa romanica col pulpito in pietra nera locale, la foresteria di una piccola comunità di suore di clausura che dava direttamente sul lago, di fronte all’imbarcadero di Orta, l’esiguità del numero di costruzioni, la stessa mancanza di persone circolanti, che faceva sembrare l’isola disabitata. Notammo una curiosa vegetazione, ancora più strana per noi, abituati alla macchia mediterranea, agli orti, ai giardini di frutta, alle estese coltivazioni. Ci colpì, in particolare, una pianta: un albero massiccio che presentava dei frutti a grappolo dalla forma di mandorle essiccate, un po’ più bruni, più gonfi, più appuntiti, e, data la stagione, più secchi. Nel raccoglierne da terra qualche esemplare, ci accorgemmo che si trattava di gusci legnosi, leggermente aperti verso la punta. Per il fatto che ci fossero estranei e sconosciuti, Patrizia ed io deducemmo che si trattasse di una peculiare vegetazione lacustre.

Paulownia tomentosa
La vacanza, molto interessate, riposante, ristoratrice, purtroppo breve, finì. E così si tornò al Sud. All’epoca, pur abitando noi a Roma, poiché i bambini non erano ancora in età scolare, insieme alla mamma trascorrevamo lunghi periodi a casa di mia suocera, a Torre Annunziata, dove la nonna Iolanda li accoglieva con grande gioia. Quando, a fine settimana, dopo il lavoro, rientravo da Roma anch’io, per mezza giornata si faceva visita a mia madre, la nonna Elia, a Pompei. 



Continua nel prossimo reportage.



Colonna sonora: Black, Wonderful life 







sabato 6 luglio 2013

I due volti di Napoli

di Anna Maria Colonna
annamaria9683@libero.it

Napoli, porto
© Anna Maria Colonna
Il Maschio Angioino si immerge nel silenzio di un assolato pomeriggio di giugno. L'aria salmastra sonnecchia nelle auto in sosta all'ingresso del porto, balcone sul sorriso di chi sta per partire. Il ponte che fiancheggia l'imponente edificio è la casa dei mendicanti. Hanno gli occhi chiusi e una ciotola che tintinna al lancio di qualche monetina. Unico suono di speranza fra il calpestio ligneo dei passanti indifferenti. Alla storia del tempo si intrecciano storie di uomini abbandonati alla vita. Forse sono arrivati qui anni fa, con la speranza stretta nei pugni di una mano. Se sentono freddo, si coprono di sole. Se il caldo aumenta, respirano il mare. Qualcuno nasconde il viso con uno straccio scuro, mentre cielo e acqua indossano lo stesso abito. Azzurro intenso.


Napoli, piazza Garibaldi
© Anna Maria Colonna
I due volti di Napoli fanno a pugni per mostrarsi a chi non conosce la città. A due passi da piazza Garibaldi l'immondizia mangia le strade. I mercatini abitano la zona, dipinto di degrado e di assoluta solitudine. Si vende di tutto: dalle scarpe usate a piatti di carne cotta nei vicoli. Da mangiare al volo. In piedi. Occhi fissi sui turisti, nella speranza che spendano quattro soldi per portare via una briciola di plastica. Nelle botteghe e nei negozietti gli oggetti dormono ammassati da mesi. Forse da anni. E mentre si raccatta la merce esposta fuori perché «arrivano i controlli», il caffé buono di un bar vicino profuma il quartiere. 

Napoli, lungomare
© Anna Maria Colonna
Qualche minuto sul bus cittadino e vedi l'altra Napoli. Quella del lungomare affollato di pizzerie e di gelaterie con le vetrine piene di babà. Tappeto di pietra a piazza Plebiscito. Il Vesuvio e il monte Somma sono la cartolina perfetta di ogni curioso intento a fotografare il panorama. Carretti di frutta e granite tappezzano il viale che porta alla «parte bella» della città. Non ha bisogno di fronzoli, la Napoli vestita di azzurro, solleticata dalle barche e dalle grandi navi da crociera pronte a rimettersi in moto. Dalla villa comunale, gli sprazzi di colore salutano i passi veloci e lenti di chi rincorre il riposo del fine settimana.
Napoli, lungomare
© Anna Maria Colonna
Una coppia mangiucchia pannocchie bollite mentre passeggia mano nella mano. Si ferma, guardando verso il basso. Sull'acqua. Massi e scogli, a Napoli, sono i fogli bianchi degli innamorati. Non c'è parola che non sia una dedica, voce a colori sul Tirreno.







Napoli, parco di Capodimonte
© Anna Maria Colonna


Un altro giro di bus e ti ritrovi nel verde smeraldo del parco di Capodimonte, il «real bosco» di Carlo III di Borbone. Centotrentaquattro ettari di prati, di valloni e di sorprese settecentesche. Nell'area più verde di Napoli sono custoditi il museo di Capodimonte, il Casino dei Principi, palazzo Palazzotti, le scuderie e la chiesa di San Gennaro di Ferdinando Sanfelice. 

Mentre il sole si appisola sulle colline campane, mi rimetto on the road, portando a casa una giornata carica di emozioni. Le immagini scorrono mentre la mente ripercorre le due facce di Napoli.
Napoli on the road
© Anna Maria Colonna
Per la strada mi guida Dio e po' panino mo' bechi! La frase campeggia sul retro di un camioncino che vende sandwich e patatine. Sorrido. Penso ad una frase di Andy Warhol letta da qualche parte in mattinata:
Amo Napoli perché mi ricorda New York, specialmente per i tanti travestiti e per i rifiuti per strada. Come New York è una città che cade a pezzi, e nonostante tutto la gente è felice come quella di New York.

E Napoli sorride, anche sul volto scarno dei mendicanti. Sa essere ironica, nonostante i problemi. Confonde le lacrime con il mare. E nel mare immerge i pensieri, salutando chi la saluta andando via.

Colonna sonora: Pino Daniele, Napul'è



Napoli, parco di Capodimonte
© Anna Maria Colonna


Napoli, piazza Garibaldi
© Anna Maria Colonna
Napoli, nei pressi di piazza Garibaldi
© Anna Maria Colonna
Napoli, nei pressi di piazza Garibaldi
© Anna Maria Colonna
Napoli, nei pressi di piazza Garibaldi
© Anna Maria Colonna
Napoli, nei pressi di piazza Garibaldi
© Anna Maria Colonna
Napoli, porto
© Anna Maria Colonna
 Napoli, lungomare
© Anna Maria Colonna

Napoli, lungomare
© Anna Maria Colonna
Napoli, piazza Plebiscito
© Anna Maria Colonna
Napoli, Maschio angioino
© Anna Maria Colonna